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Fabio Capello, classe 1946, compie settant’anni e possiamo asserire, senza ombra di dubbio, che la sua fortunata biografia costituisca, al tempo stesso, uno spaccato significativo di questi sette decenni di storia repubblicana.

Nativo di Pieris, provincia di Gorizia, estremo nord-est, terra aspra e difficile, prima che arrivasse il boom economico e l’impatto salvifico del benessere e dell’emancipazione, Capello racchiude in sé le caratteristiche tipiche dei figli di quella regione: concretezza, pragmatismo, tenacia, feroce determinazione, desiderio di arrivare e di affrancarsi da un passato tragico e lastricato di difficoltà ma anche un profondo rispetto per il prossimo, senza sottovalutazioni o atti di inutile arroganza. E questo e stato ed è tuttora: da calciatore e da allenatore, nella Spal di Mazza, quando era ancora poco più che un ragazzo, e sui palcoscenici mondiali che gli hanno regalato fama e ricchezza. Non è cambiato, questo è l’aspetto migliore della sua biografia: meticoloso e preciso da giovane, meticoloso e preciso quando era ormai considerato un maestro e un punto di riferimento. 

Meno presuntuoso rispetto ad Arrigo Sacchi (che, a sua volta, ha compiuto settant’anni lo scorso 1° aprile), ugualmente rivoluzionario e vincente, Capello ha sì avuto l’onore di allenare quasi sempre squadre di primissimo livello, dal Milan al Real alla Juve, ma è altrettanto vero che in ciascuna di esse ha subito fatto sentire la propria mano, lasciando un’impronta indelebile sul prosieguo della storia del club e suscitando, al momento dell’addio, rimpianti difficili da lenire.

Pensiamo, ad esempio, alla Juve colpita poi da Calciopoli, al suo gioco spumeggiante, al suo dominio incontrastato, con settantasei giornate consecutive in testa alla classifica, una messe di gol realizzati e pochissimi subiti, una tirannia sportiva con pochi eguali nella storia del calcio italiano: in quella squadra, Capello era molto più di un tecnico; era l’anima, il condottiero, il mostro sacro che chiedeva ai suoi ragazzi di dare il massimo anche quando stavano vincendo 4 a 0 e un altro allenatore si sarebbe, onestamente, accontentato. Capello il cannibale no, a lui vincere non basta mai: vuole vedere lo spettacolo, il vigore atletico, la forza fisica coniugata con una tecnica sopraffina, il possesso di palla e la bellezza, la magia e il risultato, senza lasciare nulla al caso, senza accontentarsi mai, senza fermarsi nemmeno di fronte all’evidenza di una supremazia indiscussa e indiscutibile, senza arrendersi nei momenti difficili né esaltarsi troppo dopo una vittoria. Perfetto stile Juve, là dove aveva vinto molto negli anni Settanta, con la consapevolezza che il miglior successo è sempre il prossimo e che non ci si può mai adagiare sugli allori. Una miscela di friulanità e famiglia Agnelli, di aristocrazia e classe operaia, di grandezza e umiltà, di fascino e battaglia a viso aperto; un timoniere che non ha fallito praticamente da nessuna parte, riuscendo nell’impresa di conquistare uno scudetto persino in una piazza difficile come Roma, al termine di una stagione da record ed esibendo un gioco esaltante e una qualità complessiva superiore a quella delle rivali.

Ha vinto anche all’estero, Capello: due volte al Real, a distanza di dieci anni l’una dall’altra, riuscendo a dettare regole chiare e precise ad un ambiente ai limiti dell’impossibile per chiunque. 

Settant’anni, don Fabio: raffinato, colto, poliedrico, cosmopolita e dotato di una sincera passione per la politica e per l’arte. Settant’anni spesi bene, caro ragazzo di Pieris, perché anche all’apice della gloria non ti sei mai dimenticato da dove sei partito.

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