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PD: una Direzione fuori dalla realtà

ROMA – Non ci si crede, ormai si fa davvero fatica a immaginare qualcosa di più surreale di una Direzione del PD.

Cambia il luogo, stavolta lo Spazio Eventi in via Palermo al posto del classico Nazareno, ma il copione è sempre lo stesso: un Renzi incapace di scendere dalla tigre che cavalca ormai stancamente da sei anni va giù con toni di una durezza inaudita nei confronti della minoranza interna, arrivando a sfidarla senza alcun rispetto e, soprattutto, senza rendersi conto di non essere più lo schiacciasassi di due anni fa che, grazie all’effetto degli 80 euro, condusse il partito al 40,8 per cento bensì un leader azzoppato, indebolito da una sconfitta bruciante e con una compagine in drammatica difficoltà, ormai ridotta a un campo d’Agramante, tra divisioni, rancori e un documento della minoranza bersaniana in cui, per la prima volta, si fa esplicito riferimento alla possibilità di votare NO al referendum in caso di mancata modifica dell’Italicum.

Senza contare che ormai l’effetto Napolitano non funziona più; anzi, rischia di ottenere il risultato opposto, in quanto l’ex presidente della Repubblica non gode più della stessa stima e credibilità di qualche anno fa, come conferma la freddezza di buona parte della sinistra dem in merito alle sue recenti uscite a proposito del referendum sulle trivelle e, ancor più, di quello d’autunno sulla Costituzione.

Il Napolitano che, rieletto per un secondo mandato al Quirinale, venne in Parlamento con toni da monarca, imponendo di fatto la realizzazione di determinate riforme, se un tempo veniva accolto quasi unanimemente come un padre della Patria, oggi da alcuni, compresa una parte degli osservatori più autonomi e dotati di indipendenza di giudizio e del coraggio di palesarla, viene ritenuto uno dei principali responsabili delle tristi condizioni in cui versa attualmente la politica italiana, paralizzata dal tentativo maldestro e, onestamente, poco corretto di trasformare un tripolarismo evidente in un bipolarismo forzoso, con l’esclusione sistematica di una compagine politica che avrà pure i suoi limiti e i suoi difetti ma rappresenta comunque milioni di persone, governa in città importanti come Roma e Torino e non può continuare ad essere trattata alla stregua di un paria della democrazia.

Se a ciò aggiungiamo le parole incommentabili di De Luca all’indirizzo di Virginia Raggi e i continui attacchi nei confronti dei pentastellati e delle loro proposte cardine, prima fra tutte il reddito di cittadinanza, ne viene fuori un quadro desolante.

Caro PD, ha detto bene Cuperlo, poco dopo rinforzato dalla dura analisi di Roberto Speranza: così non solo non vai da nessuna parte ma sei destinato a divorziare definitivamente dal tuo popolo, dalla tua storia, dai tuoi ideali, dai tuoi valori e dalla tua cultura politica, fino a perdere, a perderti e a tradire la tua gente che non ti riconosce e non ti vota più.

Perfetto Cuperlo anche nel far presente a Renzi che ormai è percepito come un avversario tanto da una parte della destra quanto da una parte consistente della sinistra; perfetto nell’invitarlo ad uscire da questa narrazione da reality show in cui tutto va bene, tutto gira e i drammi e la disperazione di milioni di persone allo stremo sono derubricati a pretestuosa polemica da gufi; perfetto, infine, nel rispondere a De Luca, ricordandogli che il fascista Almirante, quando si recò a rendere omaggio alla salma di Berlinguer a Botteghe Oscure, venne accolto da Giancarlo Pajetta, un anti-fascista, nel segno di un rispetto umano e politico che si deve a qualunque avversario che difenda e porti avanti con passione le sue idee.

Perché definire “bambolina” la Raggi, irriderla e trattarla come un pelo superfluo, quando solo due settimane fa ha stravinto a Roma, staccando il candidato del PD di oltre trenta punti, può andar bene in uno sketch di Crozza ma non sta né in cielo né in terra in un dibattito politico che dovrebbe svolgersi con altri toni, altra umiltà, altra dignità, altra profondità d’analisi e, soprattutto, senza mai perdere di vista di non essere né l’unica soluzione per la guida del Paese né, meno che mai, i detentori di chissà quale sacro verbo.

E se Fassino ha invitato il segretario-premier a ripartire dalle periferie e da quel senso di rabbia, di smarrimento e di abbandono che attanaglia la parte più fragile della società, i cosiddetti “perdenti della globalizzazione”, va sottolineata anche la richiesta di modificare l’Italicum proveniente dal ministro Franceschini, il quale però ha avuto poi la brillante idea di fissare la sfida dei prossimi anni in un confronto fra sistema e anti-sistema, puntando ancora una volta sull’esclusione e, quel che è peggio, condannando di fatto il PD ad un’alleanza innaturale con i reduci del ventennio berlusconiano: un’alleanza che a Napoli ha dato ampiamente prova di non essere digerita dagli elettori del centrosinistra.

In pratica, un Direzione fuori dalla realtà, nella quale i problemi effettivi di milioni di cittadini non sono quasi mai entrati in agenda, nel lento esaurirsi di un dibattito autoreferenziale che rende bene l’idea del livello di smarrimento e della mancanza di comprensione della complessità e della mutevolezza di una società in repentino cambiamento che caratterizza un partito ormai incapace di confrontarsi finanche con se stesso, di compiere la necessaria autocritica, di scavare nel profondo di un contesto mondiale difficile da decifrare e di accantonare un’arroganza che ha davvero rotto gli argini, trasformandosi in un tasso di protervia prossimo al masochismo.

Una Direzione lunare, roba da restare sbigottiti, non tanto e non solo per la bassa qualità complessiva della discussione quanto, più che mai, per il fatto che se il partito alla guida del governo e della maggior parte delle regioni e dei comuni di tutto si occupa fuorché dei problemi del Paese, significa che ha esaurito la propria missione. O forse, e sarebbe davvero una tragedia, che ha smarrito la propria ragione sociale di esistere.

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