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Ottant’anni fa, era il 18 luglio del 1936, aveva inizio una mattanza che sarebbe durata tre anni e che avrebbe preso il nome di Guerra civile spagnola, combattuta fra i nazionalisti capeggiati da Francisco Franco, futuro “Generalissimo”, e i repubblicani fedeli al governo di ispirazione marxista che solo pochi mesi prima, in febbraio, aveva vinto regolari elezioni.

Quasi tre anni di conflitto dilaniante, centinaia di migliaia di vittime e un Paese che lentamente sprofondò verso una dittatura meno selvaggia rispetto ad altri regimi di quel periodo ma non per questo meno barbara ed insopportabile, la quale si sarebbe protratta fino al 1975, ossia fino alla morte per cause naturali di Franco all’età di ottantadue anni.

Un evento che ha segnato in maniera decisiva la storia del Novecento, al punto che un premio Nobel come Ernest Hemingway gli ha dedicato uno dei romanzi cardine della letteratura mondiale: “Per chi suona la campana”, la cui figura eroica, Pilar, è ispirata a una protagonista realmente esistita di quei giorni tragici: Dolores Ibárruri, la “pasionaria”, colei che scandì con straordinaria passione civile il celebre grido di battaglia: “No pasarán”, nel tentativo di infondere coraggio ai suoi compagni di lotta e di compiere l’impresa disperata di arrestare la barbarie della “Falange” in marcia sul paese, la quale purtroppo avrebbe avuto la meglio e fiaccato le speranze di quanti auspicavano di poter tenere almeno la Spagna fuori da quel contesto mondiale di fascismo imperante che all’epoca appariva quasi normale in ogni angolo del pianeta.

Basti pensare a ciò che era accaduto, pochi anni prima, in Italia, in Germania e in Portogallo; basti pensare alla sincera ammirazione che i regimi dittatoriali riscuotevano anche fra quelle che sarebbero state poi le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale; basti pensare a tutti i tiranni sudamericani che avevano in Mussolini, Hitler, Franco e Salazar le proprie fonti di ispirazione; una guerra impari, dunque, eppure le forze democratiche e anti-fasciste, vicine alle posizioni del Fronte Popolare, si batterono con impegno e ardore fino all’ultimo, indicando la via della resistenza ad altri popoli, fra cui il nostro, che in seguito sarebbero riusciti a liberarsi da quella barbarie oppressiva.

La Spagna purtroppo no, a dispetto dei proclami del filosofo Miguel de Unamuno (di cui ricorre l’ottantesimo anniversario della scomparsa) contro la forza bruta che non convince (“Vincerete perché avete forza bruta in abbondanza, ma non convincerete. Per convincere bisogna persuadere e per persuadere avreste bisogno di qualcosa che vi manca: ragione e diritto nella lotta”) e dell’impegno profuso da grandi intellettuali come Pablo Picasso, il quale, dopo il massacro di Guernica del 26 aprile del ’37 ad opera dell’aviazione tedesca, alleata di Franco, dipinse uno dei quadri più famosi al mondo e quando un ufficiale nazista gli chiese: “Ha fatto lei quest’orrore”, rispose: “No, l’avete fatto voi”.

Senza dimenticare le fotografie strazianti di Robert Capa e le città ridotte in ginocchio, in quello che molti storici considerano, a ragione, il prologo del secondo conflitto mondiale, benché la Spagna non vi abbia preso parte.

Al tempo stesso, sarebbe ingiusto non menzionare l’appello di Carlo Rosselli dai microfoni di Radio Barcellona: “Oggi in Spagna, domani in Italia”, con quell’esortazione resistenziale che sarebbe stata raccolta anni dopo da altri compagni di lotta dei fratelli Rosselli, a loro volta membri del movimento Giustizia e Libertà e del futuro Partito d’Azione.

Tuttavia, per ricordare e rendere degnamente omaggio a quella carneficina che gettò un intero Paese nel baratro della repressione e dell’arretratezza, il nome che più mi preme ricordare è quello di un povero poeta andaluso, fucilato a neanche quarant’anni, reo unicamente di essere omosessuale e di schierarsi sempre dalla parte degli ultimi, pur non avendo chissà quale passione per la politica e ritenendosi, al contrario, inadatto ad occuparsene.

Mi riferisco a Federico García Lorca, assassinato da alcuni falangisti nell’agosto del ’36 perché di sinistra e, in fondo, animato da ideali di convivenza civile che mal si conciliavano con quella stagione di odio e di orrore diffuso.

García Lorca il poeta del “Lamento”, García Lorca il cantore della sofferenza e del riscatto, García Lorca e le sue liriche malinconiche e travolgenti e, infine, García Lorca capace di descrivere in una poesia meno nota di altre ma ugualmente bellissima il momento stesso della sua morte, con una preveggenza che fa accapponare la pelle se si pensa all’esattezza e al peso di ogni singola parola: “Sulla nuda montagna / un calvario. / Acqua chiara / e olivi secolari. / Per le stradine / uomini intabarrati, / e sulle torri / banderuole ruotanti. / Eternamente / ruotanti. / Oh, paese perduto, / nell’Andalusia del pianto!”. Non sappiamo se “Paese”, il titolo del componimento, si riferisca esattamente alla Spagna; di sicuro, si adatta perfettamente a quel maledetto clima di Víznar (nei pressi di Granada) in cui venne assassinato, davanti ai due fiumi della città, “l’uno di lacrime, l’altro di sangue”, nel freddo pungente di una notte d’estate, subendo ripetute umiliazioni e infine la scarica di proiettili che ne spense la vita ma non certo il ricordo o la grandezza.

Perché García Lorca è sopravvissuto per altri ottant’anni e, probabilmente, è destinato all’eternità, come monito contro ogni sopruso, contro ogni ingiustizia, contro ogni prepotenza, per ricordare a ciascuno di noi, ovunque si trovi nel mondo, che quando suonano certi tipi di campane bisogna tenersene alla larga, in quanto sono solo il preludio della malvagità e dell’indecenza, della sopraffazione, della violenza, della perdita di ogni valore e di ogni dignità.

E quella campana suona ancora, nelle nostre menti e in quelle di una Spagna che, ottant’anni dopo, politicamente parlando, sembra non trovare pace.

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