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Robert Redford, ovvero: l’America

Pochi attori e registi hanno incarnato e rappresentato la storia degli Stati Uniti al pari di Robert Redford, i cui film costituiscono la colonna sonora dell’epopea americana del Ventesimo secolo e di questo primo scorcio del Ventunesimo.

A differenza di altri divi di Hollywood, tuttavia, Redford non è un cantore ipocrita e mendace del mito a stelle e strisce bensì un’acuta coscienza critica di un paese fragile, spesso in guerra con se stesso, prigioniero delle proprie contraddizioni, delle proprie disuguaglianze, della propria stessa retorica e dell’insostenibilità di alcuni anacronistici dogmi che hanno progressivamente sfibrato il tessuto sociale di una nazione oggi in preda a una sorta di rivolta contro le élites che rischia di condurre alla Casa Bianca un soggetto come Trump. 

Ebbene, l’ottantenne Redford, sex symbol e punto di riferimento dell’universo democratico, intellettuale impegnato e mai prono alle verità ufficiali, non si è mai rassegnato al declino, morale prima ancora che politico, cui è andato incontro l’Occidente negli ultimi decenni.

Una carriera impressionante, la sua: da “A piedi nudi nel parco” a “Butch Cassidy”, passando per “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, “Il candidato’, “La stangata”, “Come eravamo”, “Il grande Gatsby” (tratto dall’omonimo romanzo di Salinger), “La mia Africa”, fino al capolavoro immortale di Alan Pakula, quel “Tutti gli uomini del presidente” in cui Redford fu Bob Woodward e Dustin Hoffman interpretò Carl Bernstein, ossia i due cronisti del “Washington Post” dell editrice Katharine Graham (di cui ricorre il quindicesimo anniversario della scomparsa) che nel ’74 costrinsero Nixon alle dimissioni a causa dello scandalo Watergate. 

E anche in vecchiaia, in “Leoni per agnelli”, riemerge il Redford appassionato di politica, impegnato e critico, stavolta nei confronti dei misfatti dell’amministrazione Bush in politica estera e dell’acquiescenza di una parte consistente  della stampa. 

Appassionato, vitale, capace di reinvestire il proprio bagaglio culturale e la propria notorietà creando, insieme all’amico Sidney Pollack, il Sundance Festival per dare spazio a nuovi talenti del cinema, ha raggiunto gli ottanta e a settembre tornerà sul set, pronto a regalarci altre analisi, altre riflessioni, altri momenti di emozione e pathos, con la grandezza di sempre e quell’irriverenza tipica degli uomini senza padroni, di coloro che hanno attraversato quasi un secolo e ne sono stati protagonisti, influenzando il corso degli eventi anche al di là delle proprie aspettative.

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