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Metti D’Alema al Cinema Farnese… Riflessioni sull’anno che ci attende

Metti D’Alema un pomeriggio di settembre: Cinema Farnese, pieno centro di Roma, ritrovo storico della sinistra, in quella piazza Campo de’ Fiori a pochi metri dalla quale ha sede la storica sezione Guido Rattoppatore del rione Regola-Campitelli. 

Metti una platea appassionata, colta e composta da giuristi, parlamentari dem schiaratisi per il NO come l’ex sindaco di Brescia Paolo Corsini, più alcuni esponenti di punta della sinistra quali D’Attorre e Scotto. 

Metti un nutrito gruppo di esperti di Diritto costituzionale ma, soprattutto, tanti cittadini comuni, per lo più militanti ed ex militanti del PD, attivisti, persone che vivono la politica con una passione quasi viscerale e non si sono mai riconosciuti nel modello renziano del partito liquido e degradato a mera propaggine di Palazzo Chigi.

Metti in questo contesto un discorso dal sapore antico, lungo poco più di un’ora, ricco di argomenti e spunti di riflessione, ed ecco che si delinea davanti agli occhi l’anno che ci attende.

Perché D’Alema non può dirlo ma noi sì: è evidente che questo comitato per il NO non si propone solo il fine di opporsi a una riforma pessima e scritta con i piedi; in parte lo ammette pure, ad esempio quando cita il “non perdiamoci di vista” di morettiana memoria, storica bandiera del mondo movimentista, del popolo dei Girotondi e di piazza San Giovanni, cui l’anziano leader del partito e della sinistra che fu tende la mano, ammettendo implicitamente di aver commesso uno sbaglio quando, negli anni del berlusconismo rampante, non colse la novità e la boccata d’ossigeno che proveniva da quella parte di popolo della sinistra che già allora si sentiva poco rappresentata. 

Non solo: D’Alema pone l’accento anche sulla riforma del Titolo V, ammettendo che fu scritto male e che, nel tempo, si è rivelato un errore; il che, conoscendo il suo carattere e l’orgoglio che lo ha sempre contraddistinto, sorprende ma fino a un certo punto. 

È un D’Alema diverso rispetto all’uomo di potere che abbiamo conosciuto negli anni scorsi, un D’Alema più riflessivo, più attento alle ragioni degli altri, più incline a cedere spazio, a confrontarsi, a gettare un ponte là dove il renzismo, nella sua sbornia di potere, tende ad erigere muri, a dividere e a cercare sempre la sfida, spesso irridendo chiunque la pensi in maniera diversa. 

E questo D’Alema, a fine corsa ma per nulla arreso, ormai appagato dai risultati conseguiti e apparentemente privo di ambizioni personali, questo D’Alema delinea, con l’abilità oratoria tipica degli esponenti della vecchia scuola comunista, un quadro d’insieme sul quale vale la pena riflettere.

Sul NO, infatti, come dicevamo, si compiono i destini di Renzi e del PD: un partito che non è detto che sopravviva a questa battaglia, specie se la scelta del NO dovesse propagarsi all’interno delle sue fila, andando ben oltre D’Alema e convincendo anche quella minoranza che finora ha preso tempo, in attesa del pronunciamento della Consulta sull’Italicum il prossimo 4 ottobre (in caso di vittoria del SÌ la dissoluzione del PD sarebbe scontata, in quanto, come ha spiegato lo stesso D’Alema, il NO sortirebbe anche il benefico effetto di porre fine al progetto renziano del partito della Nazione con i centristi di Alfano, Verdi i e Tosi).

Sul punto, ci preme essere chiari: la legge elettorale, prima del referendum, non sarà modificata, in quanto nessuno si fida dell’altro né c’è la benché minima intenzione di giocare a carte coperte, ben sapendo che dall’esito della consultazione, al pari dell’andamento dell’economia, dipendono le sorti della legislatura e del Paese. Pertanto, Bersani, Cuperlo e gli altri esponenti della sinistra dem saranno chiamati a pronunciarsi in base a ciò che suggerirà loro la coscienza e anche alcune rispettabili considerazioni sul dopo, tenendo conto dell’incertezza e dell’instabilità dello scenario nel quale siamo immersi. 

Tuttavia, ascoltando D’Alema era chiaro che la voglia di andare oltre un PD ormai irrimediabilmente segnato dalle politiche renziane, con milioni di elettori in fuga e centinaia di migliaia di militanti che non hanno rinnovato la tessera, cresca e si rafforzi di giorno in giorno, nella speranza di riuscire a ritrovare quella che un tempo si sarebbe definita la “connessione sentimentale” col popolo. 

Un contesto reso ancora più incerto dalle fibrillazioni romane del M5S che potrebbero condurre la suddetta compagine addirittura all’implosione, nel caso in cui dovesse franare anzitempo, e in malo modo, la giunta Raggi, fra correntismo esasperato, regole interne oscure, per non dire inesistenti, e incapacità di elaborare una visione del mondo chiara e minimamente credibile. 

Infine il centrodestra, anch’esso schierato per il NO, sia pur con differenti sfumature, e stretto nella morsa di un dibattito interno tutt’altro che semplice fra quanti vorrebbero seguire la linea lepenista di Salvini e quanti preferirebbero, invece, rinverdire i fasti del ’94 affidandosi a Stefano Parisi. L’ipotesi più probabile è che, alla fine, prevalga la linea Parisi e che Salvini, dopo aver contrattato alcune condizioni a lui favorevoli, ci si accordi, proprio come è avvenuto a Milano. E, paradosso dei paradossi, il tutto potrebbe essere agevolato proprio da un’eventuale vittoria del NO, in quanto questo scenario favorirebbe il ritorno della pattuglia alfanian-verdinian-tosiana alla base (se dovesse prevalere il SÌ, andrebbero con Renzi: questo è scontato).

Metti D’Alema un pomeriggio al Cinema Farnese e ti accorgi che non solo Renzi non è riuscirò a rottamarlo ma che è ancora uno dei protagonisti, a pieno titolo, della scena politica italiana. Uno di quelli che danno le carte e determinano gli scenari: presenti e futuri. 

Per rottamare personaggi del genere, spiace dirlo, ma occorre un fisico e una qualità che il giovanotto di Rignano sull’Arno ha dimostrato di non possedere.

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