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LIDO DI VENEZIA (nostro inviato) Il cinema per sopravvivere deve avere un pubblico, ma vi sono film che si vedono solo nei festival e festival con film che il pubblico, in altro luogo, non andrebbe a vedere. Li chiamano film per cinefili, cioè quella platea prevalentemente di addetti ai lavori, come giornalisti o professionali del settore. Anni fa la mostra abbondava di queste opere, a volte ermetiche, a volte lente in maniera irritante con messaggi che un corto avrebbe reso più efficaci. Firmate anche da registi noti.  

Accade che le persone di cultura possano finire per parlarsi addosso e, esattamente come i politici, scegliere argomenti e forme da loro ritenute importanti, ma solo da loro. Mentre lo spettatore rimane freddo, annoiato o infastidito, e non perché non capisce: qualche volta capisce troppo bene e sa riconoscere in questo lo spirito degli intellettualoidi e dei manichei, che con l’arte c’entrano ben poco. Quest’anno – Dio sia lodato – la 73ma mostra di Venezia ha fatto un miglioramento puntando su un’internazionalità capace di parlare anche al pubblico, di cambiare l’aria chiusa di una laguna eburnea. 

Il direttore Alberto Barbera , riguardo agli americani arrivati in massa al Lido ha rilevato: “Questo perché tre film di fila che hanno vinto l’Oscar sono stati lanciati qui: gli americani si sono resi conto che venire a Venezia, per quanto costi più di Toronto, è un buon investimento e un ottimo trampolino internazionale”. Quanto al verdetto della giuria guidata da Sam Mendes, Barbera ha aggiunto: “È tra i più equilibrati degli ultimi anni. È stato premiato sia il grande cinema d’autore, che è la mission e il core business di un festival, sia film di grande qualità che guardano a un pubblico più ampio possibile. Ed è un verdetto che riconosce l’impianto della nostra selezione”.

Sul Leone d’oro andato al filippino Lav Diaz, con un film che dura quasi quattro ore e che per ora non ha una distribuzione, va detto infatti che è un omaggio a un cinema impegnativo e poco commerciale, tuttavia sicuramente comprensibile e lirico, al quale molti adolescenti in sala hanno battuto le mani. Sugli italiani, rimasti fuori dai premi del concorso principale, questa volta senza polemiche, c’è da plaudire a un’onestà essenziale. Un riconoscimento a chi gioca in casa, solo perché gioca in casa, avrebbe avuto il suono di una moneta falsa.  Sul resto delle scelte si può disquisire, in fondo è anche questione di gusti: ogni opera nei fatti aveva un taglio cinematografico di alta qualità, capace di piacere sia al critico sia ai non addetti ai lavori.

La Mostra quest’anno chiude con percentuali d’incremento spesso a doppia cifra: “I biglietti venduti sono cresciuti del 16,75%, per un totale di circa 50.000 unità – ha detto Baratta- ai quali vanno sommati i 5.000 coupon gratuiti distribuiti per le proiezioni serali nella nuova Sala Giardino; gli abbonamenti sono cresciuti del 10,63% e anche gli accrediti a pagamento sono cresciuti del 5,14”. Ovvio che tutto questo sia accaduto anche grazie a una comunicazione più chiara, a misura di spettatore. Citando lo scrittore protagonista de “Il cittadino onorario”, film argentino tra i più meritevoli, si può affermare che “scrive bene chi scrive semplice”.

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