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Teatro della Cometa. “Barberìa, barba, capiddi e mandulinu”. Recensione

Quanto è originale fare la barba cantando e recitando! Al Teatro della Cometa uno strepitoso Massimo Venturiello in omaggio alle canzoni della Sicilia più povera

ROMA – “Barberìa, barba, capiddi e mandulinu”: il titolo la dice tutta, ma l’originalità e il valore del testo scritto da Gianni Clementi e portato in scena da Massimo Venturiello al Teatro della Cometa di Roma rinchiude un accurato percorso di ricerca storico-sociologico-musicale su un luogo (la Sicilia), un mestiere (il barbiere, ma quello che non si limita solo a usare il rasoio), un preciso periodo storico (l’emigrazione vissuta nel  profondo Sud) e una colonna sonora (quella della gente semplice che non ha studiato ma per incanto conosce la musica) a molti ancora ignoti. Un monologo – quello del barbiere attempato che racconta la sua storia, tra infanzia, affetti e crescita professionale – che si trasforma in dialogo a due, a quattro, a sei, tanti sono i musicisti in azione sul palco, quelli della Compagnia popolare favarese, armati di chitarra, fisarmonica, mandolino e scacciapensieri, con i quali “u varveri” interagisce con lama e schiuma, con coppola e tacco, con voce su voce e voce su strumento, in momenti continui di poesia che rivitalizzano atmosfere di un Paese di braccianti, falegnami e pastori che trova tutt’oggi la sua ricchezza nei racconti del cantastorie, o meglio ancora dei “tagliabarbaecapelli”.

Ciò che emerge – tra flashback e ritorni al presente – nel tortuoso e ritmatissimo narrare di Venturiello (che cura anche la regia di questa “chicca” teatrale) è la figura di un mestiere intriso da varie sfaccettature ed expertise: il barbiere siciliano è un medico, oltre che un toelettatore, un veterinario oltre che un profumatore, un musicista polistrumentale ed anche, in casi abbastanza frequenti, un testimone oculare di cronaca nera nella stessa bottega. Mafia, clan, delitti: i luoghi comuni della Sicilia non vengono mai evidenziati testualmente ma evocati con sottintendimenti e gestualità ammiccanti pervase di indubbia classe. Originario della provincia salernitana, Venturiello recita con un precisissimo dialetto della campagna sicula più profonda e lo stesso suo canto è magistrale nelle sfumature stimolate dall’eccezionale orchestrina, dalle melodie istintive e dai ritmi quasi tribali, che contamina l’intero teatro dei segreti di una terra vicina e lontana (per chi ci vive ancora e chi l’ha lasciata per andare a cercare fortuna nella Grande Mela). 

La scansione del discorso del barbiere tocca la nostra immaginazione come fosse un film di Sergio Leone o Francis Ford Coppola, piluccando dalla criminalità newyorchese dei tempi di Al Capone, il sangue di fratelli dedicati al malaffare, fino alla descrizione dei silenzi delle aride distese bruciate dal sole ai piedi dell’Etna; facendo titillare le papille gustative con fragranze di aranci, mandorle, le ricotte ai fiori di zagare; drammatizzando il reale nella sua quotidiana sfera biologica con la storia di morti naturali inaspettate o il pianto inconsolato di donne avvolte nei tipici mantelli neri. Una pellicola multicolor che in meno di un’ora e mezza di performance è più efficace di una lezione di storia contemporanea, è più colorata di un concerto etnico, è più combattiva di un plotone di esecuzione perché ha un’arma potentissima, la voce di un grande interprete, condita da multiformi intonazioni e  silenzi e da un continuo dolcissimo accompagnamento musicale proteso alla gioia e alla condivisione di un ricordo di altri tempi.

Elisabetta Castiglioni

Barberìa, barba, capiddi e mandulinu

Dal 19 al 30 ottobre 2016 

Teatro della Cometa di Roma

http://www.teatrodellacometa.it/

Testo di Gianni Clementi

regia Massimo Venturiello

Compagnia Popolare Favarese: chitarra e voce Peppe Calabrese, fisarmonica e voce Maurizio Piscopo, mandolino Mimmo Pontillo, mandolino Raffaele Pullara, percussioni Mario Vasile

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