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Gianni Cuperlo e il suicidio di un’idea

Neanche l’errore gravissimo compiuto con l’apposizione della propria firma sotto un documento vago e privo di ogni vincolo effettivo riuscirà a farmi smettere di stimare Gianni Cuperlo.

Diciamo che la mia è un’ostinazione legata al desiderio di non darla vinta al renzismo più deteriore, di non consentirgli di portarmi via, dopo il partito e numerosi amici, convertitisi sulla via di una convenienza effimera e a tratti profondamente arrogante, anche quei pochi rapporti umani sinceri che in questi anni hanno arginato la mia repulsione per una politica nella quale faccio sempre più fatica a riconoscermi e per una sinistra che, comunque vada a finire il prossimo 4 dicembre, andrà completamente rifondata e posta su binari radicalmente alternativi rispetto alla deriva cui stiamo assistendo a livello mondiale.

Perché non dobbiamo essere noi a commettere l’errore di rinchiuderci in un provincialismo infantile secondo cui Renzi è il centro del mondo e il nostro ombelico l’Alfa e l’Omega di un universo assai più complesso, sempre più globale e interconnesso, nel quale l’America sta per vivere delle elezioni potenzialmente devastanti per la tenuta sociale ed economica del paese e in cui Francia e Germania l’anno prossimo andranno al voto con l’incognita della possibile ascesa al potere delle peggiori formazioni xenofobe e neo-naziste. 

Non possiamo essere noi a non saper guardare al di là di una data trasformata strumentalmente da Renzi in una sorta di giudizio di Dio, nel tentativo, peraltro sempre più fastidioso, di trasformare il referendum costituzionale nel processo fondativo della propria ascesa come dominus assoluto e incontrastato del panorama politico nazionale, senza rendersi conto che dal giorno dopo non uno dei problemi che affliggono la nostra comunità sarà risolto, che la disoccupazione rimarrà elevata, la disoccupazione giovanile intollerabile, il peso del fisco eccessivo, l’infedeltà fiscale una piaga purulenta, la criminalità un cancro non guarito e nemmeno curato a dovere e l’economia traballante, a causa di una ripresa che, oltre a non essere per tutti, è flebile, in quanto non strutturale e basata unicamente su bonus, mance e altre gentili concessioni dovute all’assoluta estraneità dell’attuale Presidente del Consiglio alla cultura del centrosinistra, dell’Ulivo e delle migliori stagioni riformiste della nostra storia.

Non saremo, dunque, noi, meno che mai io, caro Gianni, a darti del traditore, a offenderti o a insultarti per una scelta che pure mi ferisce e mi induce a domandarmi se tu sia ancora la stessa persona che votai tre anni fa al Congresso, quando presentasti un documento programmatico in aperto contrasto con tutto ciò che è avvenuto dal febbraio del 2014 in poi, tanto che la maggior parte delle riforme renziane non le hai votate neanche tu, compreso quell’Italicum di cui discutemmo per un intero pomeriggio a Firenze insieme a Corradino Mineo e ad altri parlamentari del PD, manifestamente ostili a una pessima legge elettorale, fotocopia peggiorativa del Porcellum di calderoliana memoria, convincendoti a non votarlo. 

Mi domando, caro Gianni, se quel tuo documento fossero solo parole o se ci fosse dietro un impegno concreto, una convinzione sincera, una qualche visione politica, un pensiero leggermente più ampio di un tweet, un minimo di riflessione, di spessore culturale, di faticosa ricerca e d’amore per la comunità che ti candidavi a rappresentare. 

Mi domando se tu sia ancora l’autore di “Basta zercar” o se anche quel piccolo gioiello sotto forma di saggio altro non fosse che un garbato insieme di belle parole, senza prospettiva né la benché minima intenzione di trasformarsi in proposte concrete.

Mi domando, caro Gianni, chi sia veramente, quale sia il tuo volto, quale sia la tua dimensione umana, morale e politica, se ne abbia una, se in questi anni mi sia confrontato con un dirigente politico di valore o con una maschera e il dramma, credimi è davvero un dramma per me, è che non riesco a trovare una risposta a questi interrogativi. 

Poiché, nonostante tutto, continuerò a stimati, consentimi tuttavia di ricordati un piccolo particolare: con questa scelta suicida, capace di distruggere nell’arco di un pomeriggio un’idea e una speranza di riscossa, con questa follia alla quale non trovo e mi auguro di non trovare mai una spiegazione plausibile, tu non porterai neanche mezzo voto alla causa del SÌ né riuscirai nell’impresa, auspicata dai renziani, di dividere il piccolo ma agguerrito fronte dei Democratici per il NO; in compenso, sei riuscito, con mirabile incoscienza, a smarrire gran parte della simpatia e dell’affetto che molti di noi nutrivano nei tuoi confronti, ritrovandoti in beata solitudine in territorio nemico, accolto oggi da grandi applausi e domani, specie se davvero dovesse vincere il SÌ, da somma indifferenza, menestrello bonario di una corte che delle tue idee non sa che farsene, se non utilizzarle come clava nei confronti di chi ha deciso, a costo di rinunce personali e sofferenze indicibili, di non gettare al vento gli “ideali della gioventù”. 

Se tu, al contrario, credi seriamente, caro Gianni, di poterti fidare di Renzi, sappi che ti auguro il meglio: non sarò certo io a consigliarti di stare sereno o a irriderti o a schernirti, per il semplice motivo che ci tengo a conservare gelosamente la mia diversità rispetto a certi personaggi. 

Se davvero credi di doverti uniformare a quest’atomizzazione mondiale degli intellettuali, al punto che ormai non ci si capisce più nulla e avanzano ovunque i Trump e le Le Pen, nel caos di un’incertezza che stringe nella propria morsa milioni di persone e, in particolare, le giovani generazioni, ti rinnovo i miei migliori auguri. 

Se davvero hai deciso di diventare uno degli intellettuali organici del renzismo dopo averlo combattuto a testa alta per anni, nell’ambito di una resa generale che ti vede, questa sì, in buona e triste compagnia, sappi che continuerò a leggerti e ad apprezzare la tua signorilità. 

Se però dovessi avere l’onore di sedermi a tavola con te, un domani, beh, sappi che ti ricorderei l’esistenza di quel valore supremo chiamato dignità che, specie nei momenti difficili, traccia la linea di demarcazione fra chi guida e chi segue, fra chi ha un pensiero autonomo e chi si confonde nella massa, fra chi ha la spina dorsale dritta e chi non è in grado di sopportare il fardello dell’esclusione e della momentanea minorità. 

In poche parole, caro Gianni, ti ricorderò una frase di Bertolt Brecht, il quale sosteneva di essersi seduto dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Peccato che quei posti configurino, sempre e comunque, una folla di uomini soli, convinti di essere in buona compagnia e condannati, invece, a condividere il pasto con gli stessi che domani volteranno loro le spalle, fingendo di non averli mai conosciuti, essendosi profilato all’orizzonte un nuovo soggetto egemone più forte e prepotente.

Chi non si siede mai a quel tavolo può anche perdere, e non è detto che ciò avvenga, ma poi può sempre ricominciare daccapo; chi vi si siede, al contrario, oltre a non avere la certezza di vincere, perde inevitabilmente se stesso, e da questo declino è molto difficile riprendersi.

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