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Per sport e per passione: la memoria e il futuro

Mentre Nico Rosberg festeggia il suo primo titolo mondiale, trentaquattro anni dopo il padre Keke, annunciando un clamoroso quanto commendevole ritiro dalla Formula 1, e mentre piangiamo per la piccola ma combattiva squadra brasiliana del Chapecoense, passata dalla Serie D all’Empireo del calcio e tragicamente scomparsa a causa di un incidente aereo molto simile a quello che sessantotto anni fa si portò via il Grande Torino di Valentino Mazzola, ricordiamo alcuni anniversari che rendono bene il senso della grandezza e della bellezza dello sport. 

Avendo citato la tragedia del club brasiliano, partiamo ovviamente dai centodieci anni del Torino, dalla storia e dall’unicità di una squadra senza eguali per sfortuna e mito, per l’esempio che ha costituito e per ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare tuttora. Un modello di grinta, di ardore e di coraggio che ricorda il motto di Cyrano de Bergerac: “Più bello battersi, quando è invano”. 

Pensi al vecchio cuore granata e ti torna, infatti, in mente la classe di Gigi Meroni, con quei suoi modi da “beat generation”, quel suo vestire stravagante, quella finezza e quella bravura ineguagliabile in campo, spenta da un tifoso granata una domenica d’ottobre: un tifoso, Attilio Romero, che lo investì il 15 ottobre 1967 e che molti anni dopo sarebbe diventato presidente di una compagine cui aveva strappato la propria farfalla, il proprio simbolo di ribellione, quello spirito disposto a remare sempre in direzione ostinata e contraria che consentì a una squadra che non si è mai davvero ripresa dallo shock di Superga di stringere i denti e rendersi protagonista, nove anni dopo, dell’ultimo storico scudetto, di cui peraltro abbiamo celebrato quest’anno il quarantesimo anniversario. 

Quarant’anni anche dalla scomparsa del partigiano Tommaso Maestrelli, capace con la sua Lazio pistolera e un po’ folle, divisa in clan e capace di ritrovare un minimo d’armonia unicamente la domenica, mentre durante la settimana gli allenamenti si trasformavano spesso in vere e proprie mattanze, capace, dicevamo, di conquistare uno straordinario scudetto nel ’74, prima di spegnersi a soli cinquantaquattro anni, dopo aver reso grande una formazione che non lo era mai stata. 

Pulici e Wilson contro Chinaglia, due squadre l’una contro l’altro armata che a malapena si sopportavano, il sostegno della Roma bene e di un certo mondo missino che si contrapponeva nettamente alla Roma popolare dal cuore giallorosso, eppure Maestrelli fu più forte di ogni pregiudizio e persino di una Juve che, allenata da Čestmír Vycpálek, poteva contare su un organico stratosferico, grazie al quale tornò a trionfare già l’anno successivo. 

Non ha mai vinto uno scudetto, eppure nelle sue fila hanno giocato fuoriclasse come Zico, per il cui acquisto si mosse persino il presidente Pertini, mentre la gente di Udine minacciava un’annessione all’Austria nel caso in cui la Federcalcio avesse impedito al presidente Zanussi di portare in Friuli il mito brasiliano, e Oliver Bierhoff, senza dimenticare Amoroso, Di Natale e, ovviamente, Dino Zoff, il portiere per eccellenza, il quale esordì a Udine nel maggio del 1958 e non uscì dai pali prima del 1983.

Centovent’anni per l’Udinese, con quello scudetto del 1896 mai riconosciuto, in quanto la FIGC ancora non esisteva (sarebbe nata due anni dopo), e un lungo cammino verso la gloria che non si è mai compiuto ma non per questo ha proiettato ombre su una società pulita e gestita al meglio da una famiglia, i Pozzo, che quest’anno festeggia i trent’anni al timone delle zebre friulane.

Auguroni di cuore, inaffondabile speranza di riscoprire, prima o poi, un calcio che non c’è più!

Nemmeno l’ottantenne Pescara ha mai vinto nulla, eppure un campione di nome Verratti ha dimostrato al mondo la propria classe proprio in riva all’Adriatico, sotto la guida di quel maestro di calcio che è il boemo Zeman. Non so se quest’anno la squadra ora allenata da Massimo Oddo riuscirà a salvarsi; fatto sta che ci proverà con tutte le forze e solo per questo impegno e per questa abnegazione meriterebbe assai più dei 7 punti che ha racimolato finora. 

Arsène Wenger non è un uomo di calcio: Arsène Wenger è il calcio. Da vent’anni sulla gloriosa panchina dell’Arsenal, cui vanno i nostri migliori auguri per i suoi centotrent’anni, ha rivoluzionato il calcio inglese, immettendovi le bollicine tipiche dello Champagne francese e importando in Premier League dei veri e propri funamboli come Henry e Vieira, entrambi una perfetta miscela di dinamismo e bellezza artistica che hanno reso la squadra di Nick Hornby una delle più godibili e stimate di sempre, anche ora che da troppi anni non conquista un trofeo all’altezza del suo rango. 

Infine, vogliamo ricordare i quarant’anni della Coppa Davis vinta nel ’76 dall’Italtennis di Adriano Panatta, battendo 4 a 1 il Cile padrone di casa. 

Erano gli anni di Pinochet e delle violenze gratuite, sistematiche e prive di ogni dignità da parte del regime: anni maledetti, durante i quali quella lezione di umanità costituì una forma di reazione e di tangibile contrasto alla barbarie della dittatura.

Oggi pomeriggio c’è il “Cásico” fra Barcellona e Real, questa sera l’inedita sfida al vertice fra Juve e Atalanta e domenica pomeriggio il derby di Roma. E noi saremo lì, con gli occhi immersi in questa meraviglia senza fine.

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