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Che Cristiano Ronaldo fosse, insieme a Messi, il miglior giocatore sulla faccia della Terra era cosa nota urbi et orbi anche prima di questo sfavillante 2016: un anno nel quale CR7 si è portato a casa, oltre a un meritato quanto banale Pallone d’oro, il quarto della collezione, anche Champions League, Supercoppa europea e Mondiale per club con il Real Madrid e, soprattutto, l’Europeo con un Portogallo che nella sua lunga storia sportiva non aveva mai alzato un trofeo. 

E fin qui siamo a ciò che sapere tutti. Ciò che, forse, è sfuggito ai più è che, pur vincendo molto, quest’anno CR7 è riuscito in un’impresa assai più grande della mera conquista di allori personali e di squadra: è riuscito, infatti, a rendersi simpatico agli occhi di una platea internazionale che lo aveva sempre considerato, a ragione, un fenomeno, tributandogli l’onore che merita la sua classe cristallina, ma al tempo stesso un campione antipatico, gelido, distaccato, caratterizzato da quell’aura di superba alterigia che da sempre contraddistingue il Real, rendendolo adorabile agli occhi dei suoi sostenitori e inviso a tutti gli altri. 

E sì che Cristiano ha sofferto come pochi il dualismo inevitabile con Messi, la cui storia e il cui visetto sorridente costituiscono, al contrario, un’icona planetaria di positività e gioia di vivere, riscuotendo ovunque simpatie e consensi; senza contare che in questi anni, al netto di qualche sporadico successo madridista, è stato senz’altro il Barcellona a farla da padrone tanto in Spagna quanto in Europa e nel mondo; fatto sta che nella tragica notte di Parigi, quando CR7 è stato costretto da un infortunio ad abbandonare il campo nei primi minuti della finale dell’Europeo contro la Francia padrona di casa, il campione ferito e dolorante che incita i compagni da bordo campo con il piglio di un allenatore aggiunto, soffre, spera, stringe i denti, incrocia le dita e infine si lascia andare a una felicità incontenibile, in quel momento Ronaldo ha dato l’impressione di essere diventato finalmente un uomo. 

Eppure basta conoscerlo meglio, basta scavare nella sua biografia, basta essere a conoscenza della passione, dell’impegno e dell’abnegazione che mette nel suo lavoro per rendersi conto che Cristiano è l’esatto opposto di un uomo da copertina patinata; al contrario, è un ragazzo umile e dolce, ben cosciente di essere partito dal basso e dotato di quella fame positiva che solitamente connota le vicende come la sua. 

E se Messi piace perché è funambolico e gioca nella squadra, oggettivamente, più forte e divertente al mondo, state pur certi che dietro i successi di Ronaldo c’è davvero solo la sua incredibile voglia di riscattarsi, la sua bravura innegabile e la sua concezione da anti-divo dello sport e della vita, il che lo porta ad applicarsi con determinazione feroce per vincere non tanto la sfida della gloria con l’eterno rivale blaugrana quanto la ben più importante sfida con se stesso e con i propri limiti. 

E così, il Cristiano che, dopo aver battuto, pressoché da solo, un arrembante Kashima Antlers, messo fuori gioco da una sua tripletta, il Cristiano che danza felice nell’Empireo, il Cristiano finalmente appagato ma non sazio, in grado di prendersi alcune considerevoli rivincite nell’anno in cui il rivale è parso leggermente appannato, questo Cristiano ha imparato ad apprezzare la leggerezza e l’armonia della vita, guidato in questo viaggio alla scoperta di sé da un allenatore-psicologo come Zidane, di scuola ancelottiana e in grado, in appena dodici mesi, di dare un senso, una disciplina, un gioco e un orizzonte a quella che all’inizio di quest’anno sembrava un’Armata Brancaleone destinata ad affondare sotto i colpi degli avversari catalani. 

CR7 e Zizou: due caratteri difficili, poliedrici, complessi, ricchi di quella magnifica diversità e di quella straordinaria inquietudine esistenziale che li ha condotti in vetta e, con ogni probabilità, ce li terrà a lungo. 

Perché la verità è che CR7 ha saputo valorizzare l’appuntamento con la storia nel momento in cui lui stesso aveva smesso di crederci, in cui lui stesso si era quasi rassegnato ad essere il primo degli umani dietro al divino Messi, in cui lui stesso non credeva più alla possibilità che arrivasse un giovane allenatore capace di farlo rendere al meglio e di trasmettergli quel desiderio di essere semplicemente se stesso che lo ha reso più maturo e più consapevole dei propri mezzi. 

E così, il Cristiano che festeggia nello stesso stadio che diciotto anni fa consacrò Re Zida e la sua Francia multietnica è un CR7 magnificamente irriconoscibile: dove prima c’era solo un campione talentuoso, ora c’è un uomo in grado di affrontare la vita e di farsi carico dei suoi affanni, delle sue sconfitte e della necessità di ricominciare e crescere ogni giorno. 

Il 2016 ha cambiato per sempre CR7 ed egli, ne siamo convinti, renderà ancora più leggendaria la storia del Real, mentre Zizou lo osserverà con ammirazione da bordocampo, rivedendo in lui la propria grandezza che fu e che oggi rivive nei piedi e nei movimenti di questo genio contemporaneo, il quale ha vinto tutto nel momento in cui si è dovuto rialzare e scrollare di dosso il macigno di una nomea immeritata, dimostrando che batteva il cuore di un ragazzo sensibile là dove si credeva che ci fosse unicamente un fascio di muscoli senz’anima. Cento di questo anni, caro ed eterno campione; o, più semplicemente, caro ragazzo che, all’improvviso, hai scelto di tornare bambino e, per questo, ci hai fatto innamorare di te e del tuo disarmante candore, finalmente libero di esprimersi.

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