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Voto olandese: il pericolo in Europa non è affatto svanito

Possiamo tirare un sospiro di sollievo, certo: una vittoria di Wilders, pur con la certezza che non avrebbe mai potuto governare da solo, avrebbe infatti inviato un segnale micidiale ad un Vecchio Continente già squassato dai venti di crisi e dalle innumerevoli difficoltà in cui versano democrazie messe alla prova da un cambiamento epocale di paradigma che ha minato alle fondamenta ogni nostra certezza.

Una buona notizia, dunque, questo risultato olandese che vede la destra liberale del premier uscente Rutte confermarsi al primo posto, i nazionalisti euroscettici e xenofobi del summenzionato Wilders arretrare rispetto alle previsioni della vigilia, i Verdi del giovane Jesse Klaver, emblema dell’Olanda aperta e multietnica, avanzare nettamente, i socialisti cogliere un buon risultato e i blairiani del falco dell’austerity Dijsselbloem sprofondare nel baratro che si sono scavati con le proprie mani. 

Una buona notizia che ci dice anche qualcosa di importante per quanto riguarda il sistema elettorale: senza il proporzionale puro che favorisce la passione civile e la partecipazione popolare, infatti, difficilmente avremmo assistito alla marea umana che si è recata ai seggi per sbarrare la strada a chi vorrebbe distruggere tutto e far tornare l’Olanda indietro di sessant’anni, a prima dei Trattati di Roma e delle prospettive di benessere e di unione culturale che le si sono spalancate negli ultimi sei decenni.

Guai, pertanto, a sostenere ancora la bontà delle torsioni maggioritarie che, come abbiamo visto negli Stati Uniti lo scorso 8 novembre, scoraggiano la partecipazione popolare e favoriscono le cosiddette forze sovraniste, più abili rispetto a quelle tradizionali nell’intercettare la rabbia, la protesta e lo sconforto di chi in questi anni si è visto scivolare verso il basso: ampie fasce della popolazione che non possiamo continuare a bollare come “populisti” o altri epiteti insultati, in quanto in quelle condizioni ogni vincolo sociale, ogni senso di responsabilità, ogni speranza e ogni prospettiva per il futuro viene meno. 

Vada per il proporzionale, quindi, di cui ormai si discute ampiamente anche in Francia, essendo il maggioritario degaulliano un modello elettorale che favorisce il lepenismo e la sua portentosa avanzata, benché difficilmente la figlia del reduce di Vichy ed ex parà dell’OAS riuscirà, grazie a Dio, ad arrivare all’Eliseo. 

Guai, inoltre, a chi dovesse pensare che il pericolo è passato, svanito e che si possa, dunque, continuare lungo la rotta della barbarie mercantilista seguita sinora: così facendo, il disastro sarebbe solo rinviato di qualche anno.

E guai anche a chi a sinistra dovesse continuare ad affidarsi ai Valls, ai Macron, ai Dijsselbloem e ad altri baroni rampanti, la cui visione del mondo è quanto di più vetusto, anti-europeista, pericoloso e disumano possa esistere. 

La sinistra blairiana e, ancor più, i suoi tardi epigoni hanno fallito. Il liberismo ha fallito ovunque. Le privatizzazioni, i tagli al sociale e le dissennate politiche rigoriste, oltre ad aver fallito, hanno minato la fiducia di milioni di cittadini in ciò che di più importante abbiamo, in questa drammatica stagione segnata dalle chiusure e dall’abbrutimento generale della società, dalla povertà e dalla paura, per non parlare poi della miseria morale e materiale che si prendono per mano e costituiscono un quadro devastante per la tenuta del nostro già fragile tessuto democratico. 

Sarà durissima ora per Rutte comporre una maggioranza e, di sicuro, c’è da aspettarsi un governo eterogeneo e in cui i compromessi saranno all’ordine del giorno; tuttavia, se le forze politiche, comprese le più a sinistra, avranno la capacità, oltre che di intercettare il malessere diffuso, di fare seriamente politica, se sapranno insomma accettare la sfida di una modernità delicata, difficile e lastricata di problemi, potremmo davvero assistere alla prima grande svolta anti-austerity nel contesto europeo, in attesa del voto francese e del decisivo voto tedesco di settembre, in uno scenario nel quale, però, Frauke Petry sembra essere piuttosto distante dalle due forze politiche principali. 

Bisognerà valutare, in tal senso, anche le mosse di Draghi e l’impatto che esse avranno sull’andamento non solo economico ma anche politico dei prossimi mesi, considerando che il rialzo dei tassi ad opera della FED e la prospettiva di un apprezzamento del dollaro sull’euro indurrà le arcigne forze politiche tedesche a pretendere dalla BCE le medesime scelte, in barba alle necessità di sopravvivenza dei deboli cugini francesi e, soprattutto, di noi italiani. 

Una cosa, tuttavia, è certa: se milioni di europei, non solo in Olanda, sono ancora disposti a correre in massa alle urne per arginare l’avanzata di chi vuole devastare il concetto stesso di Europa significa che un barlume d’ottimismo è tuttora lecito nutrirlo, a patto che l’Europa approfitti del suo sessantesimo anniversario per crescere e diventare finalmente adulta, autosufficiente e in grado di rilanciare il proprio pensiero politico, la propria forza culturale e la grandezza che le deriva dalla propria storia e dalla complessità dei suoi interpreti del passato e del presente. Con meno di questo, la distruzione di quest’utopia incompiuta sarà stata solo rinviata e avrà avuto ragione lo stesso Wilders, il cui tramonto, al pari di quello della Le Pen e dei loro degni sodali, è invece la sola condizione affinché l’Unione Europea possa avere un domani all’altezza delle nostre aspirazioni e delle esigenze delle nuove generazioni.

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