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Evtušenko nel segno di Molnár

ROMA – Controverso e spigoloso Evtušenko, lineare e quasi fanciullesco Molnár. Il primo lo abbiamo salutato ieri all’età di ottantaquattro anni, il secondo ci ha lasciato esattamente sessantacinque anni fa, il 2 aprile del ’52, all’età di settantaquattro. 

Evtušenko è stato uno dei massimi interpreti della poesia sovietica: ortodosso ma, al tempo stesso, critico, amato e odiato dai vertici del PCUS, capace di elogiarli e di sferzarli, di essere feroce fin oltre i limiti dell’ingiustizia nei confronti di Brodskij e di mettersi in guai seri per la sua conclamata antipatia nei confronti di Stalin. 

Un poeta di frontiera e d’oltre-Cortina, Evgenij Evtušenko, protagonista e testimone dei grandi diluvi del Novecento ma capace di affrontare lo snodarsi di questo secolo sinora minore con la stessa indomita forza d’animo con la quale aveva vissuto, in prima linea, nel contesto del “Secolo breve”. 

Analitico e profondo, globale nei pensieri ed efficacissimo nei versi che vergava, Evtušenko era un intellettuale completo, in grado di fremere di sdegno verso ogni ingiustizia e di appassionarsi anche alle cause dell’America Latina e del Terzo mondo, senza mai rinunciare alla critica raffinata e, talvolta, estremamente aspra verso una Madrepatria che amava e dalla quale si sentiva sostanzialmente ricambiato ma che tuttavia guardava anche con apprensione, con sospetto, con gli stessi sentimenti, per intenderci, con i quali Umberto Saba apostrofava Trieste, sentendola al contempo vicina e lontana, amica ed ostile, accogliente e inospitale, fragile e meravigliosa, in un vortice di sentimenti contrastanti che ben si sposavano con la personalità e la biografia di un uomo costretto, come ricordato, ad entrare in contatto con tutte le vicende che hanno segnato la storia del Ventesimo secolo. 

Non è poi così dissimile il discorso di Ferenc Molnár, ebreo ungherese che di cognome faceva Neumann e che negli ultimi anni dovette rifugiarsi a New York per scampare ai pogrom e alla barbarie del nazismo e dei regimi collaborazionisti dell’Est. Il suo capolavoro, come è noto, è “I ragazzi della via Pàl”: un’amara riflessione sull’innocenza perduta, sui bambini che diventano improvvisamente adulti, sui troppi generali che finiscono con il sopraffare l’unico soldato semplice, sui drammi, le ingenuità, gli errori e le speranze di una povera gioventù ungherese che conobbe a lungo la fame e l’isolamento, l’arretratezza e la prevaricazione, che vide nelle bande giovanili quasi un’occasione di riscatto e provò ad emanciparsi attraverso lo sport, e il calcio in particolare, senza purtroppo riuscirvi fino in fondo. 

In comune i due hanno la profonda attenzione nei confronti dello sterminio degli ebrei, tanto che Evtušenko deve buona parte della sua notorietà al racconto della tragedia occorsa nella forra di Babij Yar nel ’41, quando i nazisti massacrarono ebrei e oppositori politici rendendo ancora più atroci le condizioni di vita di un paese, l’Ucraina, che consideravano alla stregua del proprio cortile di casa. 

Un intreccio di storia, vicende personali, diluvi e ansie di riscossa racchiude il senso e la vita di questi due scrittori, conferendo loro un’anima e una ragione sociale di esistere nonché la possibilità, in questi tempi avari di illusioni, di essere apprezzati e ricordati come meritano. 

Un commosso addio, nel giorno in cui ci fermiamo a riflettere sulla loro arte e sugli insegnamenti che ci hanno lasciato, rispettivamente nella prima e nella seconda metà del Novecento. Che a parlare, per una volta, siano il silenzio e il leggero fruscio delle pagine.

P.S. In questi giorni ci ha lasciato anche Alessandro Alessandroni, il fischio più famoso del cinema italiano: che la terra gli sia lieve. Noi, di sicuro, non lo dimenticheremo mai.

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