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Sarajevo venticinque anni dopo

Il “Secolo breve” di cui parlava Hobsbawm nella sua monumentale opera nacque e morì a Sarajevo. Iniziò nei Balcani il 28 giugno 1914, con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie ad opera di un giovane irredentista serbo di nome Gavrilo Princip, e finì a Sarajevo con l’assedio e la conseguente distruzione di una città che è sempre stata il crocevia di razze, etnie, religioni, culture, aspirazioni e speranze eterogenee.

Venticinque anni dopo di quella drammatica epopea di sangue, scatenata dalla dichiarazione di indipendenza della Bosnia-Erzegovina, mai accettata dal governo serbo, sono rimasti solo i ricordi e le testimonianze di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, oltre alle analisi storiche, alle ricostruzioni dei fatti, più o meno attendibili, e alle ferite devastanti e impossibili da rimarginare che qualunque conflitto porta con sé, soprattutto se dura quattro anni e dilania una terra un tempo unita e prospera. 

Perché la Jugoslavia del Maresciallo Tito, paese non allineato, in contrasto sia con il blocco occidentale che con l’universo sovietico, esprimeva una forma di comunismo sui generis, basato per lo più sul controllo dei mezzi di produzione da parte dei cittadini e su una ferrea gestione del potere che, tuttavia, non costituì mai forme eccessive di prevaricazione ai danni dell’una o dell’altra regione. 

La diaspora balcanica ebbe inizio dopo l’89, a dieci anni di distanza dalla scomparsa di Tito e al termine di un decennio che aveva costituito, invece, per la Jugoslavia, e in particolare per la città di Sarajevo, una stagione straordinariamente florida, sia sul piano artistico e culturale sia dal punto di vista sportivo, con notevoli affermazioni delle squadre della città sia nel calcio che nel basket. 

L’inizio della fine si ebbe con la proclamazione dell’indipendenza ad opera di Slovenia e Croazia, anche se già al Maksimir di Zagabria, nel maggio del ’90, si era avuto un antipasto tragico di ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi, visto che la rivalità fra i tifosi della Dinamo e quelli belgradesi della Stella Rossa era tutt’altro che confinata al contesto sportivo. 

Gli ultras di un tempo divennero i miliziani e i carnefici della guerra civile che, fra il ’92 e il ’96, ridusse la ex Jugoslavia ad un campo di macerie, con odi indicibili e stragi come quella, tristemente celebre, che si verificò a Srebrenica nel luglio del ’95 per ordine dei luogotenenti di Milošević , Karadžić e Mladić . 

Venticinque anni fa e un secolo che se ne è andato nello stesso modo in cui era iniziato, a dimostrazione di quanto quella regione sia tuttora il punto nevralgico del Vecchio Continente, se si considera che lì ha avuto origine la Prima guerra mondiale, lì è definitivamente imploso ciò che rimaneva del comunismo e lì oggi transitano i profughi in fuga dalla mattanza del Siraq; senza dimenticare la formazione e l’addestramento di una parte dei cosiddetti “foreign fighters” che vanno poi a rafforzare le milizie barbare dell’ISIS.

I Balcani come lacerazione mai ricomposta, i Balcani come cuore e anima di un incontro fra culture differenti, i Balcani come spartiacque fra i due blocchi che ora sembrano in procinto di riformarsi, i Balcani, infine, come esempio maledetto di un’eredità storica mai davvero affrontata, di un Novecento non ancora del tutto superato, di una vicenda collettiva non adeguatamente studiata e compresa, dunque destinata, prima o poi, a ripetersi altrove. 

E Sarajevo, magnifica città sospesa, è ancora lì, stretta in un contesto difficile e condannata a fare i conti con una storia schiacciante, con mille sfumature e innumerevoli implicazioni internazionali, in attesa di un domani che forse già è arrivato ma non è ancora riuscito, purtroppo, a spazzar via gli incubi di un passato troppo recente e devastante per essere archiviato nel corso di una generazione. 

Sarajevo tace. I palazzi portano ancora i segni dell’assedio e chi c’era sa che esiste un prima e un dopo e che l’oggi è una terra ignota e disseminata di ostacoli. 

Addio Jugoslavia, sia pur a malincuore.

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