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Calcio. Čestmír Vicpálek e il coraggio dell’impossibile

Quindici anni fa, mentre i tifosi juventini festeggiavano uno scudetto ai limiti dell’impossibile, soffiato all’Inter all’ultimo respiro, grazie ad una vittoria a Udine maturata nei primi minuti della partita ma, soprattutto, grazie al tracollo dei nerazzurri all’Olimpico contro la Lazio, quindici anni fa se ne andava Čestmír Vicpálek, ossia l’artefice di un altro scudetto ai limiti dell’impossibile.

Era il 20 maggio 1973 e il Milan si presentava a Verona forte della recente affermazione in Coppa delle Coppe contro il Leeds e di un punto in più in classifica, davanti a Juventus e Lazio che inseguivano a quota 43. 

Sembrava un destino già scritto, sembrava che i bianconeri dovessero soccombere di fronte alla classe di Rivera e compagni, nonostante il trionfo dell’anno precedente e l’inizio di quell’epopea bonipertiana che avrebbe fruttato alla Vecchia Signora ben nove scudetti in quindici anni, prima dell’ascesa del Napoli di Maradona e del Milan di Berlusconi e Galliani. 

Sembrava davvero tutto finito, con la Juve terza dietro al Milan e ad una Lazio che, nel frattempo, stava pareggiando a Napoli e, dunque, se la sarebbe dovuta vedere in uno spareggio con i rossoneri che, intanto, stavano franando nella Fatal Verona. E sì, perché anche la Juve stava perdendo a Roma contro i giallorossi, a causa di uno svarione della difesa bianconera che aveva consentito all’attaccante romanista Spadoni di presentarsi da solo davanti a Zoff e trafiggerlo. 

Fu allora che il comandante Vicpálek fece appello a tutte le energie della sua squadra, dapprima ottenendo il pareggio grazie all’astuzia del vecchio José Altafini e, infine, vincendo partita e scudetto grazie ad un tiro all’incrocio dei pali di Antonello Cuccureddu, mentre il Milan perdeva 5 a 3 a Verona e la Lazio subiva un gol a Napoli nel finale, arrivando terza.  Fu allora, e grazie a lui, che nacque la Juve indomita che nei quarant’anni successivi avrebbe conquistato, all’incirca, uno scudetto ogni due anni. Fu allora, e grazie a lui, che ebbe inizio la leggenda di una squadra capace di diventare la più importante e vincente d’Italia.

Fu allora, e grazie a lui, che l’egemonia calcistica si spostò da Milano a Torino e vennero gettate le basi per i successivi trionfi targati Parola e, soprattutto, Giovanni Trapattoni.  Fu grazie a Cesto, praghese che l’Italia aveva adottato ormai da tanti anni, che la Juve tornò sul podio per non fermarsi più: un uomo semplice, esigente ma senza gli eccessi del paraguaiano Herrera, ben cosciente dei diluvi del Novecento, avendo patito sulla propria pelle l’inferno di Dachau, e desideroso di donare gioia al pubblico attraverso un gioco non spettacolare ma comunque godibile. 

Pochi tecnici hanno saputo valorizzare i giovani come lui, tanto a Palermo quanto in un ambiente come quello juventino in cui, insegnava Boniperti, “vincere non è importante: è l’unica cosa che conta”.  Ci riuscì grazie alla sua saggezza, alla sua umiltà e al suo senso della misura; ci riuscì perché era uno di quei personaggi di cui ormai, purtroppo, sembra essersi perso il seme.  Ciao Cesto, non ti dimenticheremo mai.

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