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Maradona e Platini trent’anni dopo

La gioventù se ne è andata da tempo, il profilo atletico non è più lo stesso e anche la classe, probabilmente, con il trascorrere del tempo si è appannata. Fatto sta che ancora oggi, e per sempre, dire Maradona e Platini o dire calcio è la stessa cosa. 

Celebriamo i trent’anni dal primo storico scudetto del Napoli, che a breve frutterà al suo principale artefice la cittadinanza onoraria della città partenopea, e i trent’anni dal ritiro di Le Roi, icona della splendida Juve degli anni Ottanta, capace di fare incetta di trofei internazionali dopo aver dominato in lungo e in largo il campionato italiano. 

Maradona e Platini, ossia la classe al servizio del pubblico, anche se Diego era il classico guevarista pronto a battersi per il popolo (e per i compagni meno dotati) mentre Michel ha sempre mantenuto quel distacco e quel profilo aristocratico che gli hanno consentito di integrarsi a meraviglia nel contesto di una città nota nel mondo per la sua “noblesse”, per la sua natura risorgimentale e per la sua sobrietà simbolo di efficienza e di grandezza d’animo. 

Quando chiesero a Platini chi fosse Maradona, Michel rispose il Maschio Angioino; quando chiesero a Maradona chi fosse Platini, Diego rispose tutta la Juve, a dimostrazione di quanto si stimassero, pur essendo antitetici. 

Un campione bolivariano e l’emblema della famiglia Agnelli, le masse e le élites, la battaglia disperata e ai limiti dell’impossibile per elevare i poveri e gli ultimi sull’altare della gloria e la conferma di uno strapotere già affermatosi nel corso dei decenni e consolidatosi grazie al talento inarrivabile di un mito capace di indirizzare il pallone dove meglio credeva: questi erano Maradona e Platini. 

E Dio solo sa quanto ci manchino le loro giocate funamboliche, quanto avremmo ancora voglia di innamorarci della loro arte, quanto avvertiamo la mancanza dei pochi aspetti positivi di un decennio per il resto barbaro, in cui l’Italia ha dissipato le proprie risorse e fatto strame del proprio futuro.

Dio solo sa quanto vorremmo vederli scendere nuovamente in campo, mentre le gradinate scandiscono festanti i loro nomi e i cori si sprecano, specie a Napoli, città abituata a vincere poco e a subire ogni forma di discriminazione ma in quegli anni in grado, grazie a Diego, di recarsi al cospetto delle corazzate del Nord e competere alla pari.  Per questo è tuttora così amato, per questo i napoletani gli hanno perdonato ogni sorta di eccesso e di errore, per questo il suo rapporto con la città è rimasto forte, viscerale, unico, splendido come un amore destinato a durare in eterno, come un matrimonio perfetto fra la scugnizzeria tipica di quell’ambiente e la follia creativa di un genio irriverente e, il più delle volte, scomodo. Platini, invece, nel rigore sabaudo, in una città abituata a lavorare parlando a bassa voce, nella quale il bonipertismo è un modo di essere e anche la classe operaia rivendica, a ragione, una propria aristocrazia, Platini a Torino ha trovato l’habitat ideale per distillare sapientemente la sua classe purissima. 

Due forme di simbiosi, dunque, due fuoriclasse che sono capitati nel posto giusto al momento giusto, due idoli, due protagonisti di un decennio per il resto, ripetiamo, indecente e due motivi per appassionarsi ancora al calcio o, quanto meno, alla sua storia e alla sua memoria, al netto di tutte le brutture che continuano a sporcarlo e a minarne la bellezza. Maradona e Platini, trent’anni dopo. E la clessidra del tempo che almeno nei nostri cuori si è fermata, mantenendo sospesi i granelli di sabbia di un declino, anche etico, che sicuramente c’è stato ma che nessun innamorato potrà né vorrà mai riconoscere.

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