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La povera Valeria Solesin nella mattanza del Bataclan a Parigi, Fabrizia Di Lorenzo a Berlino e adesso i ragazzi accorsi a Manchester per seguire il concerto di Ariana Grande: non c’è dubbio che la strategia dei jihadisti sia mirata contro i giovani.

Perché l’odio nei confronti di tutto ciò che è musica, gioia, festa ed allegria è senz’altro una spiegazione plausibile, al pari della pervicace volontà di modificare per sempre il nostro modo di vivere e di essere, di incrinare le nostre poche certezze e di rinchiuderci nel recinto del terrore e della paura verso l’altro: si tratta di analisi fondate e ricche di riscontri ma c’è dell’altro. In questo terrorismo del Ventunesimo secolo c’è, soprattutto, un feroce accanimento nei confronti dei giovani, individuati dai seminatori di morte del Califfato tra coloro che, più di altri, rifiutano i muri e le barriere, la grettezza e le chiusure identitarie, dunque bersagli prediletti al fine di insinuare anche in loro il desiderio di accantonare il mondo cosmopolita e all’insegna dell’accoglienza e dell’integrazione che, invece, vorrebbero costruire.

C’è un che di mafioso in questo atteggiamento: colpire i ragazzi per indurre i loro genitori a fare pressione sui governi affinché distruggano ogni forma di libertà e di convivenza civile sopportabile; ucciderli a decine con attentati sempre più sanguinosi per spingerli a votare per i partiti che hanno elevato l’odio e la barbarie xenofoba a proprie ragioni di esistere; attaccare i luoghi d’incontro caratterizzati dalla poesia e dalla bellezza onde costringerci ad abbrutirci e a farci ammaliare dalle sirene dei predicatori di una forma apparentemente opposta ma in realtà complementare di fondamentalismo.
Non a caso, il nostro Paese, per una volta, è il più allenato e quello maggiormente in grado di difendersi dall’orrore cui stiamo assistendo nel resto del mondo, per il semplice motivo che le modalità d’azione dei jihadisti sono quanto di più simile alle tecniche mafiose si sia mai visto, compreso il radicamento nei quartieri del disagio e dell’abbandono sociale.
A tal riguardo, ha mille volte ragione il politologo francese Olivier Roy quando asserisce che non stiamo assistendo ad una radicalizzazione dell’Islam bensì ad un’islamizzazione del radicalismo, così come un secolo e mezzo fa assistemmo all’ascesa del brigantaggio nel Meridione, così come abbiamo assistito, per decenni, alla sostanziale acquiescenza dei ceti sociali più umili nei confronti delle organizzazioni criminali radicate in Italia: per comprensibile paura, certo, ma anche perché nell’assenza e nel disinteresse dello Stato è innegabile che quel pane sporco e frutto di compromessi moralmente inaccettabili fosse, tuttavia, l’unico a disposizione di quelle classi sociali svantaggiate.

Non sorprende, dunque, che, oltre a magistrati e altri degnissimi servitori dello Stato, a cadere sotto i colpi della piovra mafiosa siano stati soggetti come Peppino Impastato: un giovane che a Cinisi si era inventato una radio per denunciare, nell’indifferenza e nel silenzio complice di molti concittadini, l’oppressione di don Tano Badalamenti e le collusioni di una politica squallida, corrotta e, di fatto, egemonizzata dalla piovra mafiosa.
Sarebbe, pertanto, sbagliato sorprendersi del fatto che le vittime principali dei carnefici contemporanei siano, ancora una volta, i giovani, in questo caso addirittura adolescenti: il cambiamento fa paura, la società aperta fa paura, chi considera il proprio compagno di banco venuto in Europa dall’Egitto o da qualunque altro paese africano alla stregua di un fratello, e non si preoccupa minimamente del suo colore della pelle o del fatto che preghi un altro Dio, fa paura, chiunque si opponga al modello sociale perseguito dai seguaci del Califfato e dai fondamentalisti di casa nostra, e ce ne sono, fa paura e deve essere eliminato.
Fra tanti anni, quando gli storici saranno chiamati ad interpretare questo tempo, credo che uno dei capitoli centrali delle loro opere sarà dedicato a questo costante attacco alla felicità e a tutto ciò che distingue una società che guarda fiduciosa al futuro, comprendendo anche il divertimento e la volontà di stare insieme, da una società di individui soli e in guerra col mondo, oltre che con se stessi.
Ed è una guerra, spiace dirlo ma non c’è altro termine per definire quanto sta avvenendo, in cui i parametri da seguire non sono quelli infantili propri di una certa retorica americana: qui, infatti, non sono in ballo l’Impero del bene e l’Impero del male bensì due opposte forme di imperialismo, con il neo-liberismo occidentale ormai visibilmente fallito dappertutto contrapposto all’anti-mondialismo di chi approfitta del malessere sociale generato dai propri nemici per insinuarsi all’interno delle nostre società e stravolgerle radicalmente per sempre.
E gli unici che vorrebbero opporsi tanto all’una quanto all’altra forma di ignominia, ossia i giovani, per quanto dispersi, mal rappresentati, incapaci di fare fronte comune e spesso sfiduciati nei confronti della politica e delle istituzioni, subiscono dal primo la rappresaglia di una condanna al precariato a vita e dal secondo le stragi con ordigni imbottiti di chiodi per risultare ancora più devastanti.

Perché il cambiamento, come detto, fa paura a tutti i tiranni: tanto a coloro che, in pubblico, predicano le virtù del libero mercato e poi si accordano, in segreto, con alcuni dei principali sostenitori del terrorismo quanto a coloro che convincono menti fragili, prive di una storia, di un’identità e di un destino, a trasformarsi in apostoli di morte e messaggeri di orrore nei pochi spazi di libertà che ci sono rimasti.
Tante guerre, quindi: contro la società aperta, contro i giovani, contro le nostre libertà e contro tutte le conquiste dell’Occidente dal dopoguerra in poi.
In un contesto del genere, dire che i barbari non modificheranno il nostro modo di vivere non basta più: poteva andar bene, forse, ai tempi degli attentati contro le Torri Gemelle di New York, nelle stazioni di Madrid o sui mezzi pubblici di Londra (un altro attacco contro i giovani, in quanto compiuto nella stagione in cui le famiglie occidentali sono solite mandare i propri figli a studiare in Inghilterra per imparare la lingua); oggi è soltanto un ritornello ipocrita, autoconsolatorio e del tutto privo di senso.

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