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Il Mundial: la nostra favola immortale

Abbiamo da poco ricordato il Mondiale vinto in Germania contro tutto e tutti, a cominciare dai pronostici, e per carità: guai a chi scrive che l’impresa dei ragazzi di Lippi sia stata inferiore a quella degli eroi indimenticabili di Bearzot, solo perché l’Australia e l’Ucraina non sono neanche paragonabili alla magna Argentina di Maradona o al sublime Brasile di Zico e compagni.

È vero, ma chiunque sappia qualcosa di calcio, sa che in un Mondiale non esistono partite facili e che, anzi, spesso, la nostra Nazionale ha subito beffe atroci proprio ad opera di compagini, sulla carta, nettamente inferiori. 

Fatto sta, però, che il Mundial spagnolo dell’82, di cui oggi ricorre il trentacinquesimo anniversario della conquista, racchiude in sé un’epica difficile persino da descrivere a parole. 

I figli del Vecio, di quel friulano tosto, orgoglioso e sempre con la pipa in bocca che rispondeva al nome di Enzo Bearzot, erano infatti gli alfieri di un’Italia in cui qualcosa del nostro passato e dei nostri valori ancora era rimasto; i figli di un’Italia che vedeva sulle tribune del Santiago Bernabéu il presidente Pertini, scatenato come non mai nel corso della finale contro la Germania Ovest; i figli di un’Italia in cui bastava una partita a scopone e magari l’ascolto di un po’ di buona musica per ritrovare l’armonia e la serenità necessarie per andare avanti. 

Era l’Italia di due “mutangheri” come Zoff e Tano Scirea, concreti al punto che non uscirono a festeggiare neppure la notte dell’estasi di Madrid, la cui camera era chiamata, non a caso, “la Svizzera” e la cui sobrietà era diventata negli anni un fatto proverbiale. 

Era l’Italia severa ma, tutto sommato, giusta che, dopo tante polemiche inutili e tante discussioni gratuite e fuori luogo, seppe infine perdonare e apprezzare le scelte del commissario tecnico, prima fra tutte quella di aver puntato su un centravanti reduce da due anni di squalifica per via del calcio-scommesse, trasformando Paolo Rossi in Pablito e rendendolo un mito senza tempo. 

Era un’Italia in bilico fra passato e modernità, impegno politico e riflusso, con molti televisori ancore a in bianco e nero e già i primi sintomi della barbarie che si sarebbe verificata negli anni successivi.

Era un’Italia che Zoff e Scirea già non apprezzavano più: troppo volgare, troppo gaudente, troppo superficiale e priva del dovuto livello di serietà per farsi apprezzare da due cultori del lavoro e della tenacia, lontani anni luce dallo stile parolaio, saccente e intriso di fatuità che ha cominciato a far furore proprio in quel periodo. 

Era l’Italia dei Gentile e dei Cabrini, di Bruno Conti, di Causio, di Antognoni e di Collovati, di Lele Oriali e di un giovanissimo Beppe Bergomi, detto “lo zio” per via del baffetto e dell’aria da uomo maturo che lo accompagnava già all’epoca. 

Era un’Italia in grado di trovare in se stessa le risorse per andare avanti, per far fuori il Brasile strafavorito nel catino infernale del Sarriá di Barcellona, per superare la Polonia di Zibì Boniek in semifinale e per imporsi in finale sui panzer teutonici e sulla loro tetragona solidità.

Era l’Italia del silenzio stampa, dei rapporti tutt’altro che idilliaci con i giornalisti, della grinta e del carattere; l’Italia della presunta combine contro il Camerun e del girone mortifero di Vigo, al termine del quale Bearzot era considerato dall’opinione pubblica alla stregua di un povero diavolo ormai prossimo al martirio. 

Poi vennero i giorni di fuoco, in tutti i sensi, con temperature equatoriali e cuori in subbuglio, e lì gente come Tardelli e Gentile fece capire di che pasta fosse fatta e fu il trionfo, la gioia collettiva, l’esultanza sfrenata di un uomo che, in gioventù, aveva conosciuto le carceri fasciste e il sentirsi finalmente orgogliosi di essere italiani. 

Tosatti scrisse in un memorabile editoriale che era bello, in quel momento, appartenere al nostro Paese: aveva ragione. Così come aveva ragione quando sosteneva che fosse Italia-Brasile e non Italia-Germania la vera partita del secolo, in quanto la Germania è una grande squadra, il Brasile è la terra in cui il calcio è considerato una religione, all’Azteca avevamo qualche speranza, al Sarriá praticamente nessuna, eppure uscimmo vincitori per il semplice motivo che noi sapemmo essere umili e loro no. 

Dieci anni fa se n’è andato anche Tosstti, dopo Scirea e Pertini e prima del Vecio e di Cesare Maldini, e a noi rimane il ricordo di ciò che scrissero, di ciò che fecero in campo e in panchina, di quella gioia personale in tribuna e sull’aereo che riportava gli Azzurri in Italia e di una favola immortale che sarà per sempre parte di noi, sopravvivendo al fisiologico declino dei suoi protagonisti.

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