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Ha da poco compiuto quarant’anni, è un uomo all’apice della carriera e del successo, convinto dei propri mezzi e straordinariamente sicuro di sé: parliamo di Luca Pasquale Medici, meglio conosciuto come Checco Zalone.

Pugliese di Bari, attualmente residente a Capurso, per una precisa scelta di abitare in provincia, è l’emblema della nuova commedia all’italiana: un po’ Totò e un po’ Alberto Sordi, un po’ maschera e un po’ analista spietato dei mali atavici della nostra società.

Un novello principe della risata, insomma, in grado di riflettere con ironia sul carattere degli italiani, sui loro vizi, sui luoghi comuni che affliggono la nostra comunità e sulle aspirazioni provinciali e spesso persino un po’ ridicole che contraddistinguono l’Italia di oggi e di sempre. 

Nato come cabarettista e musicista e affermatosi grazie a “Zelig”, si è lanciato nel cinema negli ultimi otto anni, sfornando una serie di film di grandissimo successo, di cui l’ultimo, “Quo vado?”, ha letteralmente sbancato i botteghini, incassando una cifra record e proiettando Zalone in una dimensione per lui inedita ma comunque affascinante. 

A differenza delle grandi maschere del Novecento, infatti, l’italiano medio di Zalone è smaliziato, bonario ma non troppo, furbastro ma non nel senso di Alberto Sordi in “Polvere di stelle”, voltagabbana, profittatore, pronto a galleggiare in ogni circostanza e perennemente alla ricerca di un protagonismo esasperante e cialtronesco, seguendo i canoni di un certo mondo della politica e di uno star system contemporaneo composto, in parte, da piccoli personaggi in cerca d’autore. 

La sua ironia tagliente e il suo essere dissacrante, anti-retorico, feroce nella battuta e nei concetti che esprime rendono, tuttavia, Zalone qualcosa di più di un semplice italiano medio degli anni Duemila: costituiscono, infatti, uno sprone, un invito ad aprire gli occhi, a reagire e a prendere atto della gravità del momento che stiamo attraversando, al pari di un altro modello di comicità contemporanea di successo come quello di Antonio Albanese. 

La fama ormai è acquisita, la gloria durerà nel tempo e anzi, probabilmente, è destinata a crescere ancora, e noi continueremo ad avere davanti uno specchio fedele dei nostri difetti, in grado di metterci in guardia dagli stereotipi che rendono il nostro popolo tanto stimato per il suo genio quanto deprecato per la sua costante inaffidabilità.

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