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Chris Froome e l’epica del Tour

Con la quarta affermazione dell’inglese Froome, la terza consecutiva, il Tour de France ha un nuovo protagonista, ormai acclarato, e al tempo stesso la capacita di rinnovare, ogni anno, la propria magia.

Perché, al netto della delusione per lo stop di Aru, cui non è riuscita l’impresa di difendere la maglia gialla che pure aveva conquistato, nonostante ciò, abbiamo assistito ad una corsa epica, con cadute, risalite, affermazioni individuali e collettive, piccoli e grandi drammi, trionfi e sconfitte, ossia ad un paradigma dell’esistenza umana concentrato nelle tre settimane lungo cui si è snodato questo significativo calvario sportivo, conclusosi, come ogni anno, sui Campi Elisi di una Parigi ferita dal terrorismo ma per nulla arresa. 

E l’inglese Froome, non certo il più simpatico della carovana ma senz’altro il più efficace, è stato abile nello sfruttare le remore e le titubanze altrui, nell’attendere il momento giusto per allungare in classifica e nel vincere gestendo le forze, senza conquistare neppure una tappa ma riuscendo comunque a scalare posizioni e a respingere poi gli attacchi di Urán e Bardet grazie al suo eclettismo e ad un’esperienza di cui pochi colleghi dispongono. 

È stato un mattatore silenzioso, privo di guizzi ma incredibilmente concreto, pragmatico a livelli quasi stucchevoli, incapace di regalare emozioni ma autentico nel provarne sotto l’Arco di Trionfo. 

Si è potuto avvalere, inoltre, della collaborazione di un team Sky che ha vissuto e lottato per lui, a differenza di quanto ha fatto, duole dirlo, l’Astana nei confronti di Aru, ricordandoci che il ciclismo è uno sport, al contempo, individuale e collettivo, nel quale nemmeno i più grandi campioni possono vincere se non vengono adeguatamente supportati dai propri compagni di squadra.

E lungo le strade di Francia, fra la polvere e l’asfalto, le montagne e le pianure, il mito del Tour ha vissuto una seconda giovinezza, arricchendosi di un nuovo capitolo, di nuove storie da raccontare e tramandare alle future generazioni, di nuovi eroi e di quella messe di illusioni e speranze senza le quali si potrebbe vivere lo stesso ma quasi nulla avrebbe più un senso o un valore. 

Appuntamento alla prossima estate, sperando che Aru, per l’epoca, si sia fatto un po’ più furbo.

P.S. Ci ha lasciato ieri, a soli sessantasei anni, Valdir Peres, portiere del Brasile al Mondiale di Spagna ’82. Al pari di Barbosa, venne ritenuto responsabile della sconfitta dei verdeoro (nel ’50 contro l’Uruguay, trentadue anni dopo contro gli Azzurri del divin “Pablito”) e la sua carriera con la Seleção si concluse lì, in quel maledetto pomeriggio di Barcellona, segnato dall’afa e dalla delusione di una Nazionale fra le più forti di sempre. Divenne il simbolo della disfatta e dell’incapacità dei brasiliani di accettare, almeno nel calcio, i propri limiti. Un infarto se l’è portato via per sempre, con la sua gloria mancata e i suoi rimpianti.

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