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Caso Regeni: per il governo sono più importanti i rapporti commerciali che la difesa dei diritti umani

Ritirato dall’Egitto come strumento di pressione affinché il governo di Al-Sisi collaborasse per ottenere la verità sui colpevoli del rapimento, delle torture e dell’uccisione di Giulio Regeni, l’Ambasciatore italiano tornerà al Cairo.  

Come nella peggiore tradizioni italiana, a cavallo di ferragosto, si prende una decisione così fondamentale su un caso che da oltre un anno e mezzo vede impegnata la famiglia del ricercatore, i suoi legali e grande parte della società civile italiana in questa richiesta di giustizia. 

Stando al ministro degli Esteri Alfano il ritorno dell’ambasciatore sarà uno strumento in più per le autorità italiane nel ricercare questa verità. Se così fosse il governo allora dovrebbe fare un mea culpa per averlo ritirato nell’aprile 2016. La verità è che da tempo si cercava una normalizzazione nei rapporti tra Italia ed Egitto, importante partner commerciale ed economico del nostro paese. Una normalizzazione che andasse oltre alle violenze commesse dal regime di Al-Sisi e oltre alla ricerca dei colpevoli per la morte di Giulio Regeni.
Bene facevamo, insieme ad Amnesty International Italia a preoccuparci per la missione ufficiale della Commissione difesa del Senato di un mese fa, denunciando come questa potesse essere un passo al ritorno di una normalità diplomatica tra i due paesi. 
Nonostante gli ultimi documenti arrivati agli inquirenti italiani, ad oggi, siamo lontani da una piena cooperazione giudiziaria in un caso che possiamo definire di tortura di stato. Il rientro dell’Ambasciatore, proprio per il motivo del ritiro e la tempistica con il quale è stato annunciato, può senz’altro essere inteso come un motivo di soddisfazione verso questa cooperazione.  Prendiamo atto che per il governo italiano sono più importanti i rapporti commerciali che la difesa dei diritti umani.

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