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E.B. Clucher e la rivoluzione del western

Senza E.B. Clucher, al secolo Enzo Barboni, il western all’italiana non sarebbe stato lo stesso. Perché è vero che Sergio Leone, con i capolavori della Trilogia del dollaro che lanciarono un giovane Clint Eastwood e consentirono allo “spaghetti-western” di superare gli americani in un grande classico della loro cinematografia, è vero, dicevamo, che Leone aveva costituito un degno apripista ma è altrettanto vero che, senza i due Trinità, il western di casa nostra sarebbe rimasto un genere d’élite.  

Il western comico, l’innovazione costituita dalla slitta su cui si trascinava Terence Hill attraverso il deserto, la rivalità, bonaria e al contempo feroce, con suo fratello Bambino (Bud Spencer), i pittoreschi genitori dei due, le scaramucce, i contrasti, la lotta contro la barbarie e l’ingiustizia dei potenti e la nascita del genere “sorrisi e cazzotti”, infatti, rappresentarono e rappresentano tuttora un’autentica rivoluzione. 

Non a caso, pur avendo lavorato in precedenza con alcuni dei più importanti registi italiani, Terence Hill ha raggiunto la notorietà che tutti sappiamo grazie a questo duplice gioiello, straordinario proprio per la sua originalità, per la sua carica innovativa e per la sua capacità di dissacrare un’epopea che oltreoceano è ritenuta sacra. 

Niente retorica, niente pathos, niente scontro fra il Bene e il Male, niente mistificazioni storiche, niente eccessi, niente luoghi comuni, niente narrazioni pompose e niente sequenze volutamente esagerate nella loro lentezza o nella loro rapidità: al contrario, uno spassoso racconto all’insegna dell’ironia, di una condanna della malvagità umana scevra da edulcorazioni o da ingigantimenti strumentali, di una sagace e arguta abilità nel far sorridere e riflettere al tempo stesso e, infine, di uno stile narrativo che sarebbe proseguito ancora per diversi anni, con la coppia Spencer-Hill sugli scudi anche quando l’ambientazione era ancora americana ma non più basata sulla mitica frontiera del West. 

Dalla colonna sonora alla scenografia, passando per i personaggi, per gli inizi e per i finali: raramente un regista e una coppia di attori hanno funzionato così bene e raggiunto un tale picco di popolarità. 

Un incastro perfetto, un connubio destinato a restare nell’immaginario collettivo come una delle esperienze artistiche più felici di sempre: questa è stata l’unicità di Enzo Barboni, la sua cifra culturale e il suo valore aggiunto. 

A quindici anni dalla scomparsa, facciamo ancora fatica ad accettare l’idea che il suo genio ci abbia lasciato: orfani di una parte di noi e della nostra giovinezza.

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