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Lale Andersen: la voce della guerra

Ebbe successo quasi per caso, grazie ad un sottoufficiale della Wermacht, Richard Kistenmacker, che nel tardo autunno del ’41 trovò il disco di “Lilì Marleen” nella sede di Radio Belgrado e lo mise una sera per sollevare un po’ il morale delle truppe tedesche che avevano invaso la Jugoslavia.  

Lale Andersen, di cui ricorre il quarantacinquesimo anniversario della scomparsa, avvenuta il 29 agosto 1972 all’età di 67 anni, ebbe la fortuna di incrociare lungo il proprio cammino artistico questo soldato incaricato delle trasmissioni radio per le forze armate, il quale alle ore 22 lanciò una canzone che, in breve tempo, divenne la colonna sonora della Seconda guerra mondiale. 

I versi del poeta tedesco Hans Leip, composti durante la Prima guerra mondiale, furono musicati da Norbert Schultze e intonati dalla voce bassa e sensuale di questa cantante che, inizialmente, venne osteggiata addirittura da Göbbels, in quanto la sua canzone era considerata non in linea con il necessario ardore bellico e le sue amicizie ebree sospette ed indegne, ma al termine del conflitto ebbe il meritato riconoscimento, al punto che “Lilì Marleen” è stata definita “l’unica vittoria tedesca” nell’ambito di un’immane carneficina. 

Fu Churchill in persona, infatti, a chiedere alla cantante inglese Anne Shelton di intonarla in inglese per sollevare il morale delle truppe di Sua Maestà. E non furono da meno i francesi e nemmeno noi italiani, con la nostra capacità di offrire alle parole di Leip una veste romantica, più dolce rispetto all’originale, dunque ancora più capace di penetrare in fondo all’anima, di far sognare, di consentire a ragazzi di vent’anni, mandati allo sbaraglio in un contesto di orrore, di immaginare un avvenire diverso. 

L’incertezza, lo strazio, l’incredulità, il bisogno di pace, non solo collettiva ma anche interiore, la sofferenza e la straordinaria forza dell’amore si mescolano ed emergono in tutta la loro nobiltà e potenza espressiva: da qui la popolarità di “Lilì Marleen” e l’immortalità assicurata a colei che ebbe il coraggio di interpretarla e la saggezza di non rimanerne intrappolata. 

Lale Andersen morì a Vienna, stroncata da un infarto, quando ormai era diventata un’icona del Novecento, un simbolo di ribellione alla barbarie, un esempio di grandezza morale e un’eroina involontaria di un’epoca in cui eserciti che si massacravano a vicenda si ritrovarono uniti dalle note di una canzone che assunse ben presto significati e valori che andarono al di là delle aspettative, e diremmo anche delle intenzioni, di chi l’aveva composta, musicata e interpretata. 

Diventò, in poche parole, l’inno che segnò la fine di un’epoca e l’inizio di una lenta e faticosa rinascita, scandendo con la sua malinconia la rassegnata marcia e l’infinito tormento di uomini trasformati in carne da cannone dal cinismo dei propri governanti. 

Un pensiero a Lale Andersen, destinata all’eternità.

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