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Pavel Nedved: la furia ceca continua

Un fuoriclasse, un campione assoluto ma, soprattutto, un uomo di grande valore: un Pallone d’oro che nel 2006 scelse di seguire la Juve in Serie B per assecondare le ragioni del cuore, ovviamente in contrasto con quelle del portafoglio e della carriera.  

Buon compleanno a Pavel Nedved, neo-quarantacinquenne, vice-presidente bianconero e figura cruciale nella risalita di una società che in dieci anni è riuscita non solo a tornare ai vertici del calcio mondiale ma anche a trasformarsi in un esempio positivo per quanto concerne la gestione dei bilanci e l’oculatezza degli investimenti. 

Nedved e la sua furia agonistica che gli valse l’appellativo di “furia ceca”, Nedved e la potenza del suo tiro, Nedved e la sua grinta, Nedved e la sua umiltà, la sua dedizione, il suo spirito di sacrificio, Nedved sempre pronto a dare una mano ai compagni senza far minimamente sentire il peso della sua biografia e dei numerosi riconoscimenti ottenuti. 

Giunse alla Juve nell’estate del 2001, dopo cinque stagioni alla Lazio, e disse subito di non essere in grado di sostituire Zidane, di non possedere lo stesso talento cristallino, di essere un altro tipo di giocatore e di avere caratteristiche completamente diverse. Non per questo, tuttavia, si rivelò meno utile, meno importante, meno decisivo; anzi, con tutto il rispetto per il magistero zidaniano, va detto che il meglio di sé il francese l’ha dato senza dubbio in Nazionale e al Real Madrid mentre alla Juve non dico che fu un giocatore “più divertente che utile” (celebre perfidia dell’Avvocato) ma senz’altro non fece il massimo nei momenti cruciali, nascondendosi nelle due finali di Champions perse dalla Juve contro Borussia Dortmund e Real Madrid.

Nedved, al contrario, non si risparmiò mai, mancando soltanto nella tragica finale persa dai bianconeri contro il Milan, a Manchester nel 2003, dove la furia ceca dovette accomodarsi in tribuna a causa di una sciocca ammonizione rimediata nei minuti finali della semifinale contro il Real, nella quale peraltro era stato uno dei migliori in campo segnando anche un gol da cineteca. 

Senza dimenticare i quattro scudetti vinti sul campo in cinque anni (gli ultimi due vennero revocati in seguito allo scandalo di Calciopoli), le due Supercoppe italiane conquistate nel 2002 e nel 2003 e, per l’appunto, il Pallone d’oro vinto, sempre nel 2003, nonostante la sconfitta della Juve a Manchester e la sua assenza in finale. 

Nel 2009, inoltre, rifiutò di trasferirsi all’Inter, benché lo volesse Mourinho in persona, garantendogli la prospettiva di un triplete che effettivamente i nerazzurri realizzarono, superando 2 a 0 il Bayern Monaco nella finale di Champions disputata a Madrid. 

Pavel ha sognato per tutta la vita di alzare quella coppa e, probabilmente, era ben cosciente che accettando il calvario della B ad un’età non più giovane per un atleta vi avrebbe dovuto rinunciare, così come era senz’altro consapevole che il no detto all’allenatore portoghese avrebbe posto una pietra tombale sulle sue ambizioni europee. L’amore per la maglia bianconera, tuttavia, prevalse su ogni altra considerazione, suggerendogli di smettere e di dedicarsi ad una carriera dirigenziale che lo ha visto tra i principali protagonisti dei sei scudetti di fila e di una rinascita portentosa che oggi colloca la Juventus ad un passo dalle grandi di Spagna e sullo stesso livello dei maggiori club mondiali. 

Una vita dedicata, dunque, allo sport, ai valori in cui crede, ai suoi ideali e ai suoi sogni di uomo ormai maturo ma rimasto bambino nel cuore, conservando intatto il candore e la pulizia morale della fanciullezza. 

Auguroni, caro Nedved: di personaggi come te se ne possono ammirare davvero pochi.

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