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Maria Callas: la voce come un’opera d’arte

Ora che sono trascorsi quarant’anni dalla sua scomparsa, possiamo asserire senza remore che la vera opera d’arte di Maria Callas fu la sua voce meravigliosa.

Talento purissimo, carattere quasi impossibile, una vita travagliata, una storia d’amore controversa ma autentica con l’armatore greco Aristotele Onassis, un’interpretazione struggente delle numerose eroine tragiche proprie dell’opera lirica, una fine precoce, a soli cinquantatre anni, e un senso di incompiuto, di solitudine e di tristezza che l’ha perseguitata nel corso di tutta la sua tormentata esistenza.

Era troppo grassa a causa di una disfunzione ghiandolare e provò in tutti i modi a dimagrire, non accettando che il suo fisico fosse stato concepito apposta per fare di lei un soprano, dunque per esaltarne la voce a scapito dell’estetica; non si piacque mai fino in fondo e ciò contribuì ai suoi numerosi patimenti, alla sua gelosia nei confronti di Jackie Kennedy e ad alcune autentiche paranoie che purtroppo non l’hanno mai abbandonata, provocandole lo scherno di molti, la comprensione di pochi, un diffuso sfruttamento e tante ferite inferiori che alla fine non ha retto più, spegnendosi ancora giovane al termine di un’avventura in cui il vero protagonista è stato il melodramma. 

Perché, in fondo, Maria Callas non è mai davvero scesa dal palcoscenico, non ha mai davvero vissuto: ha recitato intensamente se stessa, immedesimandosi ogni giorno nel carattere straziante delle sue protagoniste, come se l’opera fosse la sua stessa vita, come se non esistesse altro nei suoi giorni, come se i suoi supplizi fossero un tutt’uno con il suo genio artistico, come se non vedesse schiudersi altro orizzonte davanti a sé se non il pianto, il dolore e la tragedia. 

Ha amato Onassis alla follia, in parte ricambiata, ha patito il fascino ammaliante di Jackie, si è dovuta difendere da molte dicerie e infine ha dovuto subire persino l’onta di essere ricordata da alcuni più per tutto ciò che di negativo le è capitato nella sfera privata che per il suo talento operistico e le sue interpretazioni ai limiti della perfezione. 

Son dovuti passare, per l’appunto, quarant’anni perché la Callas venisse restituita alla sua dimensione pura e cristallina, mondata dai pettegolezzi e dalle malignità, accettata per com’era realmente e riconosciuta a livello globale come un’icona della lirica e dell’arte in generale. 

In vita, questo va detto, fece poco per piacere e per farsi apprezzare ma ciò non giustifica assolutamente la crudeltà gratuita con cui spesso venne trattata né può in alcun modo legittimare la scelta di alcuni commentatori di trasformarla in un personaggio da rotocalco, come se al di là delle sue vicende amorose non ci fosse nient’altro. 

La Callas è stata mille donne in una e una donna dalle molteplici sfaccettature, come giustamente emerge dalla nostra allestita a Milano presso il Museo della Scala (“Maria Callas in scena. Gli anni della Scala”): un bel ricordo ad opera di Margherita Palli, Donatella Brunazzi (direttrice del Museo della Scala) e del sovrintendente Alexander Pereira. 

La Callas come simbolo mondiale di grandezza e follia creativa: questo è il ritratto che la mostra si propone di mettere in luce e mi sembra l’interpretazione più giusta, rispettosa di una diva dal carattere difficile che non potrà mai avere pace, essendo la sofferenza la sua cifra esistenziale e, in fondo, anche il suo messaggio, ciò che l’ha resa unica e universalmente acclamata nelle sue esibizioni.

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