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Pelé: il giorno in cui calò il sipario

Era il 1° ottobre 1977 quando Edson Arantes do Nascimento, universalmente noto come Pelé, disputò la sua ultima partita: un’amichevole che si tenne a New York fra il Santos e il Cosmos, le sole due squadre, oltre al Brasile, che abbiano avuto la fortuna di averlo dalla propria parte. 

In quel maledetto anno ne successero di tutti i colori anche oltreoceano: la scomparsa di Elvis Presley e Groucho Marx, l’uscita di “La Febbre del sabato sera” con John Travolta, film anticipatore di una stagione triste, dissoluta e, sostanzialmente, basata su una sorta di pensiero unico consumista, l’inizio dell’epopea di “Guerre stellari”, i ritratti di celebri campioni dello sport commissionati da Weissman e realizzati da Andy Warhol, l’insediamento del democratico Carter alla Casa Bianca e, per l’appunto, l’addio al calcio di quello che è stato, con ogni probabilità, il più grande giocatore di tutti i tempi. 

Pelé, infatti, non era solo un fuoriclasse dalle doti fisiche e tecniche ineguagliabili: era anche il simbolo di un’epoca nella quale ancora si credeva in qualcosa, quando lo sport era ancora sport e il denaro non lo aveva ancora definitivamente inquinato, benché il suo passaggio milionario ai Cosmos di New York, per il quale si mobilitò addirittura Kissinger, sia stato uno dei primi segnali di decadenza della società in generale e del calcio in particolare.
Pelé era il figlio prediletto di un Paese povero e disperato, afflitto da una dittatura selvaggia, con un tasso di miseria, analfabetismo e disuguaglianza sociale semplicemente inaccettabile; un luogo in cui il calcio era una sorta di religione laica, una passione viscerale, totalizzante, per la quale era considerato lecito e persino giusto arrivare addirittura a morire; una terra distrutta e avara di soddisfazioni nella quale quella sfera rotolante, fatta di stracci lungo le strade luride delle favelas e di cuoio sui prati verdi per chi aveva la fortuna di arrivare sin lì, era una delle poche possibilità di riscossa, forse l’unica, per gente che oggettivamente non aveva altro strumento per affrancarsi dalla barbarie di vite senza storia e senza prospettive. 
Pelé fu, dunque, il simbolo, l’idolo, il mito, il personaggio da copertina e l’esempio da seguire per un’intera Nazione e, probabilmente, per gran parte dei figli del boom: i sognatori degli anni Sessanta e Settanta, gli idealisti costretti ad arrendersi al cospetto della sua grandezza, gli italiani obbligati a fare i conti con l’invincibilità di una squadra, il Brasile che ci batté 4 a 1 in Messico, che era fuori dalla portata di chiunque. 
Il 1° ottobre di quarant’anni fa si spense la luce, il Dio d’ebano appese gli scarpini al chiodo e si consegnò all’eternità. E a noi non rimase che fare i conti con l’inizio del buio, della tristezza, della perdita dell’innocenza, delle illusioni e della poesia di tutto, orfani della bellezza, della gioia, della meraviglia e forse persino di noi stessi, ormai diventati adulti al pari dell’idolo della nostra giovinezza.

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