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Woody Guthrie: questa terra è la tua terra

Woodrow Wilson Guthrie, scomparso mezzo secolo fa a soli cinquantacinque anni e meglio noto come Woody Guthrie, cantautore che illuminò l’America profonda della prima metà del Novecento, fra disperazione, migrazioni forzate e un dolore letteralmente devastante, è oggi considerato un gigante, anticipatore di Dylan e forse persino di Bruce Springsteen, ma per molti anni fu visto unicamente come un pazzo, condannato a morte dal morbo di Huntington dopo essere stato un “hobo”, un vagabondo, lungo le strade più desolate degli Stati Uniti. 

Perché Guthrie conobbe davvero la miseria e la sofferenza più acuta: figlio di una famiglia rovinata dalla febbre del petrolio che squassò l’Oklahoma, prima di svanire e ridurre sul lastrico una miriade di persone, nativo di Okemah, ossia di un luogo in cui la barbarie era all’ordine del giorno e i neri subivano persino dei linciaggi, come egli stesso ricorda in due popolari canzoni dedicate a Laura e Lawrence Nelson, rimasto presto orfano di padre e con una madre affetta dalla stessa malattia che avrebbe portato alla morte anche lui, perse pure la sorella, morta a causa dell’esplosione di una stufa a petrolio, in un clima di grigiore, arretratezza e solitudine che sarà uno degli aspetti cruciali delle sue composizioni. 

Non c’è dubbio che debba la propria notorietà soprattutto a “This land is your land” (“Questa terra è la tua terra”) e che la maestria nel mescolare blues e folk si sia rivelata la sua arma in più, il cavallo di battaglia di un artista straordinario, in grado di medicare, almeno in parte, le ferite di una Nazione costantemente in guerra con se stessa; tuttavia, va detto per onestà intellettuale, non c’è dubbio neanche sul fatto che pochi geni siano rimasti inascoltati come lui. 

Di Guthrie, infatti, ci rimane la potenza espressiva, l’epica dello strazio, una biografia personale che è puro tormento, la forza d’animo, la voglia di riscatto ma, al tempo stesso, l’energia e il coraggio con cui portò avanti le sue battaglie negli anni del maccartismo, della “caccia alle streghe” e della persecuzione di chiunque fosse in odore di comunismo o anche solo di idee minimamente progressiste. 

Cinquant’anni e un immenso bisogno di protestare ed indignarsi, cresciuto di giorno in giorno e orfano del suo interprete migliore. Cinquant’anni e un addio cui non ci siamo mai rassegnati, non riusciremo mai a rassegnarci e col quale siamo costretti a fare i conti ma con incredibile rammarico. Cinquant’anni di assenza e di rimpianto, alla ricerca di una purezza d’animo che solo i sognatori indomiti come lui possiedono fino in fondo

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