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Gigi Meroni: il campione bohémien

Cinquant’anni fa ci lasciava, in circostanze tragiche e grottesche, il comasco Gigi Meroni

Se fosse nato a Liverpool, probabilmente, sarebbe stato uno dei Beatles; se avesse avuto il tempo di dimostrare fino in fondo la propria immensa classe, probabilmente, sarebbe stato il contraltare italiano di George Best; di sicuro, nel ’76, sarebbe stato il capitano e il faro del Torino di Pianelli e Radice, in grado di rinverdire, a ventisette anni di distanza dalla tragedia di Superga, i fasti dello squadrone di Mazzola e compagni.  

Meroni, noto per le sue abitudini bohémien, per il suo carattere eccentrico e per le stravaganze tipiche dei ragazzi degli anni Sessanta, viste tuttavia come il fumo negli occhi nell’austero mondo del pallone dell’epoca, divenne invece uno dei simboli della rivolta giovanile, del desiderio di affrancamento di un’intera generazione e del movimento di emancipazione da costumi e tradizioni fino ad allora immutabili, alla vigilia del Sessantotto che avrebbe trasformato in realtà molte delle aspirazioni di quella gioventù contestatrice. 

Non tutto cambiò in meglio, per carità, specie nel mondo del calcio dove, da quel momento in poi, il divismo, gli eccessi economici, i vizi e le pretese fuori dalla realtà avrebbero cominciato a farla da padroni; fatto sta che Meroni di quella stagione ne incarnò gli aspetti più positivi, costituendo una ventata di libertà, di trasgressione e di follia da poeta maledetto della quale, tutto sommato, si avvertiva il bisogno. 

Nulla fu semplice per la Farfalla granata, a cominciare dalla sua convivenza con la bella Cristiana Understadt, in un’Italia ancora particolarmente bigotta e assai poco incline ad accettare le novità, figuriamoci una convivenza fuori dal matrimonio. 

Meroni fu grande perché seppe resistere a tutto: alle critiche e allo scetticismo dei detrattori, alle polemiche e alle assurdità del tempo, divertendosi pure un mondo, ad esempio quando disegnava da sé i vestiti che poi avrebbe indossato, quando andava in giro portando a spasso una gallina o quando si fingeva un giornalista e andava a chiedere alla gente cosa ne pensasse di lui e delle sue prestazioni in campo. 

Un talento cristallino, dunque, che riuscì a conquistare persino un allenatore burbero e severo come Nereo Rocco, il quale fu tra i primi a comprendere l’unicità di quel ragazzo e a lasciarlo fare, apprezzandone l’estro e la genuinità, la classe e la sincera dolcezza d’animo. 

Una vettura, guidata da un suo giovane tifoso di nome Attilio Romero, ne spense i sogni e l’ardore a soli ventiquattro anni. 

Molti anni dopo, guarda i casi della vita, quel ragazzo, super tifoso granata, sarebbe diventato il presidente del Torino, ottenendo purtroppo risultati inferiori alle aspettative. La magia del numero 7, di cui pure Claudio Sala si sarebbe rivelato un degno erede nella stagione dell’ultimo trionfo torinista, ormai si era spenta. Di Meroni ce n’è stato uno solo, apparteneva a quella fase storica in cui tutto sembrava possibile e non ce ne sarà un altro. 

Mezzo secolo dopo, della poesia che l’aveva accompagnato è rimasto poco o nulla, anche se noi romantici non ci rassegneremo mai a questo calcio dominato dagli sceicchi, in cui girano cifre amorali e nel quale si è perso ormai da tempo il concetto stesso di genuinità, quell’umanità verace per cui lo abbiamo amato.

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