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Renato Curi e la morte nel calcio

Prima di lui c’era stata la tragedia di Giuliano Taccola, l’attaccante della Roma morto per un arresto cardiaco negli spogliatoi dell’Amsicora di Cagliari il 16 marzo 1969. Dopo di lui ci sono stati altri casi eclatanti, come quello del camerunese Marc-Vivien Foé, dell’ungherese Miklós Fehér, dello spagnolo Antonio Puerta e del nostro Piermario Morosini. Fatto sta che il dramma di Renato Curi, accasciatosi sul terreno di gioco di Pian di Massiano durante un Perugia-Juventus di quarant’anni fa, segnò lo spartiacque in questa speciale categoria delle vicende sportive.  

Perché il giovane centrocampista del Perugia, che crollò a terra il 30 ottobre 1977 per non rialzarsi più, fu il primo caso eclatante, il primo episodio che meritò un approfondimento, il primo calciatore morto in circostanze del genere cui è stato intitolato uno studio, il primo simbolo di un gioco che stava progressivamente degenerando, al punto che molti iniziarono a chiedersi allora se non fosse il caso di fermarsi, di rivedere alcune regole, di evitare il tritacarne cui sono sottoposti gli atleti, di ricordarsi che questi campioni, prima di tutto, sono esseri umani e di rafforzare i controlli onde evitare che si ripetesse un altro caso Curi. 

Diciamo subito, per onestà intellettuale, che il rischio zero non esiste, meno che mai nello sport e meno che mai a quei livelli; tuttavia, diciamo anche ricordare lo strazio del povero Curi è un buon modo per continuare a riflettere sui tanti episodi che hanno finito con l’alimentare questo ingranaggio impazzito, questo meccanismo stritolante, quest’universo soffocato dai troppi soldi, dalle troppe telecamere, dai troppi eccessi, dalle troppe chiacchiere e, peggio che mai, dai troppi interessi luridi che vi ruotano intorno e lo condizionano. 

Renato Curi, ventiquattro anni, è lo stesso che nel ’76, aveva segnato alla Juve la rete che le era costata lo scudetto, in quella fatal Perugia che nella storia bianconera evoca per lo più ricordi nefasti. 

Renato Curi è una delle tante vittime di un gioco che da troppo tempo non è più tale, di una pretesa di efficienza ai limiti del robotico, di un’esagerazione costante e priva di dignità che ha finito con lo spezzare i legami fondamentali del nostro stare insieme. 

Quarant’anni e l’amara considerazione che da allora poco o nulla è cambiato, anche se i controlli sanitari si sono fatti più accurati e stringenti, questo va detto, in quanto mettere nuovamente al centro la persona umana e le sue legittime esigenze non conveniva e non conviene ai burattinai che, grazie a questi moderni “circenses”, si arricchiscono a livelli amorali e hanno a disposizione un formidabile strumento di penetrazione e propaganda. Saranno tutte cose arcinote ma, ogni tanto, è bene ricordarle.

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