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Signorini: la SLA non ha vinto la sua anima indomabile

Se ne andò quindici anni fa, a soli quarantadue anni, ma la maledetta SLA che ne fiaccò  progressivamente la resistenza fisica, per poi spegnerne l’ardore e infine strapparlo all’affetto dei propri cari e della propria comunità, non ha sconfitto l’anima indomabile di Gianluca Signorini.

Ricordo ancora quel 24 maggio 2001, quando il capitano di mille battaglie genoane venne condotto su una sedia a rotelle all’interno di un Ferraris incredulo e sconvolto; ricordo ancora le lacrime, il dolore, la volontà di essere altrove e infine l’obbligo collettivo di guardare negli occhi una realtà straziante. No, la SALA non perdona, non ha pietà, non si ferma ad esaminare le biografie di coloro che colpisce, non ha rispetto per niente e per nessuno, costituisce un martirio cui nessuno è ancora riuscito a trovare un rimedio.

La SLA è quella bestia maledetta che, negli anni, ha portato via diversi sportivi, fra cui, nel 2013, il povero Stefano Borgonovo, ma anche persone comuni divenute protagoniste loro malgrado: pensiamo a Piergiorgio Welby, a Giovanni Nuvoli, che dieci anni fa si lasciò letteralmente morire di fame e di sete pur di liberarsi da una vita trasformatasi in una prigione, a Max Fanelli e a molti altri ancora, battutisi invano affinché venisse introdotta anche in Italia una legge di civiltà come l’eutanasia. 

Borgonovo arrivò a chiamarla “la stronza”, sfruttando gli ultimi anni di vita per sensibilizzare l’opinione pubblica ed indurla  a finanziare la ricerca, a non abbassare mai la guardia, a battersi al fianco dei malati e a guardare al futuro nonostante tutto, lui che sapeva benissimo che non avrebbe avuto un domani. 

Signorini, invece, scelse un altro profilo, non meno battagliero ma leggermente meno pubblico, affrontando la barbarie del morbo di Lou Gehrig con infinito coraggio, prima di essere costretto ad arrendersi, il 6 novembre 2002, dopo aver condotto con straordinaria dignità una battaglia impari e il cui esito, purtroppo, era scontato. 

Morì ma è  ancora qui, con il suo esempio e la sua grandezza morale, mentre la bandiera rossoblu del vecchio Grifone sventola in cielo in ricordo del proprio numero 6, del proprio capitano unico e inimitabile, di un simbolo che è rimasto tale e che resisterà, ne siamo certi, anche all’usura del tempo.

Ciao Gianluca, non ti dimenticheremo mai. 

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