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Schiaffino: la malinconica meraviglia dell’Uruguay

Quando se ne andò, il 13 novembre 2002, all’età di settantasette anni, il calcio mondiale non perse solo un fuoriclasse: perse un’icona.

Juan Alberto Schiaffino, infatti, fu non soltanto un campione inimitabile ovunque abbia giocato ma anche il simbolo della vittoria di Davide contro Golia nell’incredibile rimonta dell’Uruguay contro il Brasile che ebbe luogo nel catino immenso e ribollente di passione popolare del Maracanã.

C’era in lui un che di malinconico, quella meraviglia triste e intensa al tempo stesso, tipica degli uruguaiani, che lo rendeva un genio senza esaltazioni o particolari momenti di eccitazione, benché costituisse un faro e un punto di riferimento imprescindibile tanto per i compagni quanto per gli avversari. 

Dire Schiaffino o dire calcio, difatti, era la stessa cosa: un talento cristallino, una tenacia senza eguali, una grinta ed un’abnegazione di cui in quel pomeriggio di luglio del ’50 che condannò il Brasile alla più amara delle sconfitte si poté ammirare un distillato, come se i duecentomila scatenati che sugli spalti incitavano senza requie i padroni di casa non sortissero su di lui alcun effetto. 

Un professionista esemplare, capace di una concentrazione pressoché assoluta e di una dedizione totale alla causa. 

Sembrava uscito da uno dei ritratti di Galeano: aveva il volto di uno dei protagonisti dei suoi romanzi, come se da un caffè romantico, caratterizzato da atmosfere peculiari, questo Aladino del pallone si fosse proiettato improvvisamente sui campi di gioco. 

Pareva irreale tanta era la sua forza: un’invenzione letteraria, un amuleto, un personaggio da romanzo o da film, si stentava quasi a credere che uno così potesse esistere davvero. 

Ha vinto quasi dappertutto e quasi dappertutto ha lasciato il segno e fatto la differenza: mai presuntuoso, mai superbo, mai esagerato o irrispettoso nei confronti di chicchessia. Un signore che avrebbe fatto la sua figura anche in giacca e cravatta, con un bel cappello con le tese larghe in testa e quell’aria da attore da film drammatico che, in realtà, non rendeva giustizia alla sua serenità interiore. 

Non c’era alcun tormento in lui, non c’era rabbia: c’era solo un’indole mite che si trasformava in campo e poi tornava alla sua naturale pacatezza, un portamento gentile e un’umanità squisita. 

Juan Alberto Schiaffino non avrebbe sfigurato nei capolavori di nessun autore sudamericano, come se le vene aperte dell’America latina, con i suoi drammi e le sue costanti incertezze, fossero state in grado di creare anche un mito dal cuore tenero, enigmatico e sincero, sempre all’altezza della situazione e per nulla incline a menar vanto di una classe che pure lo poneva un gradino al di sopra degli altri. 

Di Schiaffino ricordo, soprattutto, la ricchezza interiore, la sua brillante intelligenza e il suo saper accettare le diverse circostanze della vita senza patemi d’animo, come se convivessero in lui una tendenza allo stoicismo e una passione per l’avventura che lo avrebbe condotto a vivere da protagonista un’epopea sportiva che pochi sono stati capaci di emulare. 

Con Schiaffino, quindici anni fa, se ne andò uno degli artefici di quell’impresa ai limiti dell’impossibile che ha mutato per sempre la storia del calcio e del Brasile. Due anni fa lo ha raggiunto Alcides Ghiggia e il cerchio si è chiuso. Di quei giorni eroici non è rimasto nulla, se non il ricordo, la nostalgia, il rimpianto e la sensazione di una grandezza semplice e, proprio per questo, destinata all’eternità.

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