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Il Santiago Bernabéu e le ragioni del mito

Settant’anni da quel 14 dicembre 1947, quando, con un’amichevole contro i portoghesi del Belenenses, venne inaugurato il Santiago Bernabéu, lo stadio intitolato al presidentissimo del Real Madrid nonché tempio del calcio mondiale che fa tornare in mente a noi italiani la splendida notte dell’11 luglio 1982. 

“Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” esclamò entusiasta Nando Martellini, accantonando per un istante la professionalità che gli era propria per lasciarsi andare ad un’esultanza tanto spontanea quanto destinata a restare nella storia del costume nazionale, al pari dell’urlo di Tardelli dopo il gol del 2 a 0 alla Germania Ovest e dell’esultanza del presidente Pertini in tribuna dopo il terzo gol di “Spillo” Altobelli che decretò, di fatto, la vittoria dell’Italia.

Una meraviglia architettonica, dunque, un gioiello sportivo unico nel suo genere, culla di tanti trionfi e fortezza pressoché inespugnabile dei bianchi di Spagna, da sempre maestri nel ribaltare in casa i rovesci esterni, al punto che dopo una sconfitta in trasferta Juanito, attaccante madridista degli anni Ottanta, avvertì gli interisti che festeggiavano, convinti di aver già passato il turno, asserendo: “Amigos, noventa minudos en el Bernabéu son muy largos”. E al ritorno, puntualmente, dopo il 3 a 1 dell’andata a favore dei nerazzurri, finì 5 a 1 per le “merengues”, sancendo l’affermazione dello squadrone di Valdano e Butrageño, il cui crepuscolo sarebbe coinciso, tre anni più tardi, con la definitiva consacrazione del Milan di Sacchi.

Del resto, non è un caso se a proposito del Bernabéu si parli di “miedo escénico” (paura da palcoscenico: un’espressione letteraria coniata da quel campione intellettuale di Jorge Valdano e ripresa addirittura da Gabriel García Márquez), se incuta timore solo a guardarlo e se quel muro di tifosi, caldi e appassionati come pochi al mondo, costituisca un avversario in più per i malcapitati costretti a confrontarsi con un club che ha sempre potuto schierare alcuni tra i migliori fuoriclasse al mondo. 

Uno stadio leggendario per una società che è stata proclamata la migliore del Ventesimo secolo, capace di conseguire ben cinque Coppe dei Campioni consecutive e di vincerne complessivamente dodici, di cui l’ultima lo scorso 3 giugno a Cardiff, battendo in finale la Juventus per 4 a 1. 

Adesso il presidente Pérez ha annunciato di volerlo ristrutturare e rendere ancora più bello, funzionale e adatto a soddisfare i gusti di un pubblico moderno e sempre più esigente, a conferma di una storia che si rinnova senza snaturarsi, di un mito immortale e di una grandezza ostentata quasi con prepotenza, come una sorta di piramide moderna. 

La rivalità con gli eterni avversari del Barcellona, infatti, vive anche in questo confronto, in questa sfida tra due scrigno maestosi e carichi di gloria, in questo duello infinito tra ambizioni palesi, tanto appassionante proprio perché non esiste e non esisterà mai un vincitore, benché entrambi rivendichino, con ottimi argomenti, la propria supremazia. 

Ho sempre pensato che un impianto di valore condizioni in positivo chi ha l’onore di giocarvi: ieri Di Stefano e Puskás, oggi Cristiano Ronaldo e gli altri alfieri dello zidanismo. Che non abbia mai fine questo sogno ad occhi aperti! 

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