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Il cinema dell’Azerbaigian a Roma per la seconda volta

L’Azerbaigian – dal Natale del 1991 ufficialmente una Repubblica indipendente che fa parte dell’ONU – è sempre stato insofferente alle centralizzazioni: dei Romanov prima, del Cremlino poi. A scalpitare, infatti, aveva già cominciato alla fine della Prima Guerra Mondiale quando costituì con Armenia e Georgia la Repubblica Federativa Democratica di Transcaucasia.

Il suo successivo scioglimento non impensierì minimamente i leaders azeri che dichiararono addirittura l’indipendenza del proprio Paese e fondarono la Repubblica Democratica dell’Azerbaigian: era il 1918 e nasceva il primo sistema politico dell’Oriente musulmano retto da un Parlamento multipartitico. Durò solo 23 mesi, quando l’Armata Rossa occupò Baku, la capitale e l’Azerbaigian, fu inglobato nell’URSS, ma fece in tempo a varare un provvedimento che, considerate l’epoca e la religione dominante (la quasi totalità degli azeri era ed è musulmana), definirlo rivoluzionario è poco: il voto alle donne. Tanto per farsi un’idea, in Italia l’hanno avuto nel 1946.

Un secolo fa, dunque, nasceva la Repubblica democratica dell’Azerbaigian e a ricordarne i faticosi passi per far sì che democratica non fosse solo un aggettivo, è il documentario “L’ultima sessione” presentato alla seconda edizione del Festival del cinema azerbaigiano ospitato nella romana Casa del Cinema.

Basandosi su documenti d’archivio riservati e mai consultati prima, il regista Fuad Alishov e lo sceneggiatore Musallim Hasanov ricostruiscono gli ultimi giorni della travagliata storia della Repubblica azera e le difficili condizioni in cui il Governo dovette prendere la decisione che metteva fine al primo atto democratico, osteggiato dagli avversari dell’indipendenza, dalle truppe di occupazione e dai loro sostenitori interni.

Ma se questo possiamo definirlo il “pezzo forte” della manifestazione inaugurata dall’Ambasciatore Mammad Ahmadzada il quale ha ricordato come le relazioni tra l’Azerbaigian e l’Italia, fondate su storica amicizia e solide basi, abbiano raggiunto un livello di partenariato strategico nel quale la cultura occupa un posto speciale, ad accendere per la prima volta lo schermo è stato un film del 1945, “Il venditore di stoffe” una commedia musicale interpretata da due stars del cinema azero post-sovietico: il cantante Rashid Behbudov e l’attrice Leyla Badibayli. Ma nemmeno sulle note dell’operetta, in un’ambientazione gioiosa e scoppiettante, gli azeri perdono l’occasione per contestare: il giovane protagonista si vuole sposare, ma cosa si è messo in testa? La possibile sposa non la vuole conoscere il giorno del matrimonio come impongono le regole. La vuole conoscere prima! Il film nell’originale era in bianco e nero ma quando è stato restaurato è stato anche convertito a colori ed è questa la versione vista a Roma.

Sulla storia patria ha puntato l’obbiettivo anche Babak Shirinsifat con “L’uomo del terzo giorno” che porta alla ribalta l’ancora irrisolta e insanguinata controversia – a noi praticamente ignota come, purtroppo, tantissime altre – che dal 1991 divide Armenia e Azerbaigian sulla sovranità del Nagorbo-Karabakh. Decenni di combattimenti che hanno provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di profughi da ambo le parti ricostruiti attraverso il tentativo, riuscito, di un profugo azerbaigiano di tornare nella sua terra.

A strizzare l’occhio – anche nel titolo – a Cechov e al suo “Il giardino dei ciliegi”, è il film di Rasin Ojagov “Il giardino della melagrana” che ci racconta cosa avviene quando Gabil torna inaspettatamente al proprio paese che ha lasciato improvvisamente 12 anni prima senza un perché e senza salutare nemmeno la propria famiglia. 

Un film-cult degli anni novanta, “Tahmina” di Rasim Ojagov, tratto da “Il sesto piano di un appartamento a cinque piani” un best-seller di Anar il più famoso scrittore azero e interpretato da due stars del cinema asiatico, Fakhraddin Manafov e Meral Konrat (Tahmina), ha concluso la rassegna romana. Una vicenda in cui si combatte anche stavolta, ma per l’amore, senza spargimenti di sangue e senza odi razziali.

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