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Teatro. Gabriella Ferri o la poetica del “canto contro”

Un testo-gioiello (di Betta Cianchini) affidato in scena alle cure di un’ottima interprete (Valentina De Giovanni) in scena all’Off Off Theatre… capolavoro di emozioni cognitive 

Un delicato, sentito, emozionante e intenso omaggio alla forse più significativa signora della canzone romana, Gabriella Ferri, è stato messo in scena mercoledì sera all’Off Off Theatre di Roma. Autrice del testo “Sono partita di sera” l’eclettica Betta Cianchini, protagonista in scena Valentina De Giovanni, accompagnata dal chitarrista Gabriele Elliott Parrini, regia di Camilla Piccioni.

In primis gli occhi, celesti ad accecare, proprio come lo sguardo di Gabriella che si racconta in flash and forward di sentimenti, ricordi, scatti d’ira e battute al vetriolo, tremendamente ingenue. A contorno l’espressività di un’attrice cantante eccezionale che, per quanto lontana da Zazà nel timbro della voce – la sua pulita e lirica, l’altra roca e drammatica – riesce a trasmettere il calore al suo pubblico, alla pari delle insicurezze familiari e dello straniamento esistenziale che accompagneranno la triste rossa, detta da molti “topa bianca”, per tutta la vita. I rotoli a mo’ di roll up che compongono la scenografia contengono un fil rouge della sua anima, rappresentando parole, poesie, pensieri intrinseci della poliedrica natura dell’essere umano a contatto con l’altro, vincitore-vinto, timido o diretto,  messaggi di una vita balorda “come  una canzone che non esce”, evocazioni di una donna dalle varie sfaccettature che non si sentì mai signora ma semmai una bambina perché “più cresco e più mi sento piccola”. 

L’interprete interpreta il senso della Ferri ed il ritmo è costante e dinamico, con una risata decisamente contagiosa e un’ironia, spesso amara, che si riflette anche nelle canzoni. La carrellata musicale, tra patimenti e freddure a cui assistiamo nei circa 70 minuti di spettacolo, riproduce una selezione del suo miglior repertorio, grazie anche al tocco virtuoso e sensibile del maestro musicista, a sua volta interprete di una disperazione riflessa: tra accenni e canti completi ritroviamo brani come Remedios, Valzer della toppa, Sempre, Tutti ar mare, Le coltellate, Ti regalo gli occhi miei e la celeberrima Titina, ma anche Cara Madre mia e i cult romaneschi Pe’ lungotevere e Er barcarolo, fino alla corale La società de magnaccioni che Gabriella e la sorella Luisa, affamate ventenni, portavano in giro per quell’eterna smania di musica che le faceva girare tra cantine e strimpellatori, prima di accedere sul piccolo schermo, la prima volta nel lontano 1973…

Dal padre poeta non lavoratore, autentico “figlio de mignotta” pronto a dimostrare la sua sovranità togliendosi la cinta per intimorire la figlia sui suoi filarini amorosi da lui non graditi, al figlio adorato che la faceva preoccupare come madre, anche se lei come genitore non si sentiva nulla sotto i piedi (“Io che dovrei reggere e sorreggere te, proprio io che non so dove reggermi”), fino al suo amato pubblico, quella stessa gente che la terrorizzava di fronte ad un palco e che le faceva salire la paura dalla schiena, facendole preferire spettatori virtuali da immaginare ai reali applausi: tutto, nel testo della Cianchini, lascia trasparire un ritratto “bivoco” di una donna fragile, insicura e disperata, ma al contempo leonessa sognatrice ad occhi aperti che va contro ogni etichetta per difendere i suoi valori, una “canterina” il cui cantare lo sentiva comunque un regalarsi ad un mercato farabutto, in cui vivere era faticare come un somaro che la faceva rimanere sempre a metà strada, come il suo essere metà felice e metà triste, una femmina in cui la ricerca continua di una felicità stabile era come chiedere alla luna di raccontare la sua verità: “E io per Milano, quando tutto è cominciato, sono partita di sera e c’era la luna. Sono partita di sera… e me s’è fatta subito notte…”

L’intensità dello sguardo, la carezza di una poesia, l’incanto di una voce ispirata e comunicativa strutturate da una parola scritta potente: bastano questi elementi a costruire il vero teatro drammaturgico, che spesso pensiamo sia andato perduto, ma che ogni volta che ritroviamo – come nel caso di questo spettacolo – ci emoziona e ci riempie di particolare orgoglio, data la sua derivazione femminile e tutta “made in Italy”.

 

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