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Ca’ Foscari Short Film Festival. Il giovane Savage, l’acclamato Koreeda si raccontano

VENEZIA – Due primi ospiti importanti a Ca’ Foscari Short Film festival, esponenti di generazioni e stili diversi, l’astro nascente Rob Savage e la Palma d’oro Koreeda Hirozaku si sono raccontati all’Auditorium Santa Margherita.

L’appena trentenne Rob Savage ha parlato si sé dialogando con John Bleasdale, docente di Ca’ Foscari e critico cinematografico. Molti gli studenti di cinema presenti, per ovvi motivi interessati alle combinazioni che favoriscono il successo.    Rob Savage si è recentemente affermato come uno dei più stimolanti autori dell’horror contemporaneo – con due lungometraggi applauditi dalla critica, Host (2020) e Dashcam (2021) e un terzo, The Boogeyman, sarà nelle sale a partire da giugno –   ha raccontato di essere cresciuto in una famiglia operaia e di aver esordito trasformando un lungometraggio girato a diciassette anni con amici, quasi per gioco, in una brillante carriera. Inizialmente Savage si finanziava creando cortometraggi e video musicali: quale esempio è stato presentato quello realizzato per il brano Took Them Away di Dear Reader, che colpisce per l’intensità del colore e la disposizione di personaggi che appaiono quadri rinascimentali  e rivelano la stoffa d’artista. Savage ha infatti detto di essersi ispirato per quel video a Caravaggio. 

Rob Savage ha poi precisato di essere cresciuto con il cinema horror, “forse una reazione ai miei genitori hippy,” ha aggiunto e di aver sempre voluto cimentarsi in questo genere. Tra gli altri, proiettato anche il trailer di The Boogeyman, adattamento dell’omonimo racconto di Stephen King. A chi volesse percorrere la sua strada, il regista ha consigliato di cavalcare l’onda di media e social media, creando contenuti  accattivanti: diventare virali è infatti una strategia chiave per “saltare la coda” all’interno dell’industria. Infine, ritiene essenziale circondarsi di persone propositive e brillanti: mettere da parte il proprio ego e ascoltare gli altri aiuta a migliorare. 

Koreeda Hirozaku si è collegato online dal Giappone per parlare di sé e presentare la sua autobiografia Pensieri dal set, recentemente tradotta in italiano nell’edizione a cura di Francesco Vitucci edita per Cue Press. Lo stesso Vitucci ha dialogato con il regista dal palco dell’Auditorium Santa Margherita.    Hirozaku Koreeda ha iniziato nel documentario affrontando una serie di tematiche universali, quali la memoria, la famiglia non convenzionale e l’innocenza dei bambini. A partire dall’esordio con Maborosi nel 1995, premiato a Venezia, ha girato opere acclamate dalla critica internazionale come Nessuno lo saStill WalkingAir Doll e il recente Broker. Ha inoltre vinto numerosi premi, fra i quali la Palma d’oro a Cannes nel 2018 per Un affare di famiglia, anche candidato agli Oscar, e il premio della giuria sempre a Cannes per Like Father, Like Son

Hirozaku Koreeda ha rimarcato, fra l’altro, il profondo legame con l’Italia: “Il mio debutto sul palcoscenico internazionale è avvenuto proprio al festival di Venezia con una grande occasione che mi è arrivata su consiglio di un collega”. Ha inoltre sorpreso il pubblico sottolineando il proprio stupore, a volte, per le interpretazioni attribuite ai suoi film, cosa che lo ha messo in grado di riscoprire  e guardare alle sue opere attraverso gli occhi degli altri, trovandovi elementi a cui non aveva pensato. Il ruolo della famiglia nel Giappone contemporaneo, è una delle tematiche principali del regista. Koreeda ha ricordato come la bassa natalità stia portando velocemente la popolazione giapponese a un grave calo demografico. Aggiungendo che, malgrado abbia raccontato tipi differenti di famiglia, questi nuovi modelli non vengano riconosciuti dallo Stato come, per esempio, le coppie dello stesso sesso. 

Sul delicato tema della libertà d’informazione in Giappone ha affermato: “Non solo si sta portando avanti in parlamento la discussione di una nuova legge sui media, ma anche i giornalisti dei canali televisivi più importanti subiscono senza accorgersene pressioni politiche per evitare di parlare di determinati temi e quindi estraniarli dalla società.” Ragion per cui il regista mette in discussione il miglioramento della libertà di espressione nel proprio paese.  

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