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Africa, multinazionali aumentano emissioni

Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Climate Change lancia un nuovo allarme sul rapporto tra investimenti multinazionali e impatto ambientale in Africa.

Secondo la ricerca, l’espansione delle grandi aziende straniere nel continente starebbe contribuendo in modo significativo alla perdita di foreste, alla riduzione della biodiversità agricola e all’aumento delle emissioni di gas serra, soprattutto nei Paesi con normative ambientali più deboli.

Tra gli autori dello studio figura anche Tommaso Sonno, docente del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna, che insieme a un team internazionale di ricercatori ha analizzato il comportamento delle multinazionali in Africa nel periodo compreso tra il 2007 e il 2018.

Deforestazione e gas serra: l’impatto delle multinazionali in Africa

La ricerca affronta un tema centrale nel dibattito sulla sostenibilità globale: le multinazionali trasferiscono tecnologie avanzate e pratiche sostenibili nei Paesi in via di sviluppo oppure spostano all’estero le produzioni più inquinanti per aggirare normative ambientali più severe?

Secondo i risultati dello studio, nel caso africano prevale nettamente la seconda ipotesi. Gli studiosi hanno combinato dati economici relativi alle imprese multinazionali e locali con immagini satellitari e informazioni ambientali, ottenendo una mappatura dettagliata dell’impatto industriale sull’intero continente.

Foreste africane in forte calo

Uno degli aspetti più rilevanti emersi riguarda la perdita di copertura forestale. L’impatto ambientale delle multinazionali risulta infatti enormemente superiore rispetto a quello delle imprese locali, con effetti sulla deforestazione da 60 fino a oltre 160 volte maggiori.

Secondo lo studio, ogni nuova affiliata multinazionale genera un aumento del PIL locale di circa lo 0,3%, pari a circa 106 milioni di dollari, ma allo stesso tempo provoca una riduzione della copertura forestale di circa 10.200 ettari, equivalente anch’essa allo 0,3%.

A ciò si aggiungono ingenti perdite di carbonio, con un costo economico stimato intorno ai 693 milioni di dollari.

Pollution haven: le attività più inquinanti si spostano dove ci sono meno controlli

Lo studio evidenzia inoltre il fenomeno noto come “pollution haven”, ovvero la tendenza delle aziende provenienti da Paesi con normative ambientali rigide a trasferire le attività più inquinanti in nazioni con controlli più deboli.

“I dati mostrano che l’impatto ambientale delle multinazionali dipende fortemente dal contesto regolatorio. Dove le regole sono solide, anche le multinazionali producono meno danni. Dove invece i controlli sono fragili, le attività più inquinanti tendono a concentrarsi”, sottolinea Tommaso Sonno.

La ricerca mette quindi in evidenza un equilibrio estremamente delicato tra crescita economica e tutela ambientale. Se da un lato gli investimenti stranieri rappresentano un motore di sviluppo economico per molti Paesi africani, dall’altro il prezzo pagato dagli ecosistemi potrebbe risultare insostenibile nel lungo periodo.

Le possibili soluzioni per ridurre l’impatto ambientale

Per limitare gli effetti negativi delle multinazionali sull’ambiente africano, lo studio suggerisce diverse possibili strategie internazionali. Tra queste:

  • l’introduzione di standard ambientali globali verificabili anche tramite monitoraggio satellitare;
  • l’estensione delle responsabilità ambientali dei Paesi d’origine delle multinazionali anche sulle attività svolte all’estero;
  • l’adozione di tasse sul carbonio e misure legate agli scambi internazionali;
  • normative europee più stringenti sulle filiere produttive e sulle catene di approvvigionamento.

Il lavoro pubblicato su Nature Climate Change rilancia così il dibattito sulla sostenibilità degli investimenti internazionali e sul ruolo delle regole ambientali nella tutela delle foreste africane e nella lotta ai cambiamenti climatici.

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