All’Accademia Nazionale dei Lincei il professor Giuseppe Ippolito fa il punto sulla nuova epidemia causata dal Bundibugyo virus nella Repubblica Democratica del Congo
A cinquant’anni dalla scoperta del virus Ebola, la comunità scientifica torna a interrogarsi sulle sfide poste dalle malattie infettive emergenti. Lo ha fatto l’11 giugno scorso all’Accademia Nazionale dei Lincei, dove il professor Giuseppe Ippolito, ordinario di Malattie Infettive presso la Saint Camillus International University of Health Sciences, ha tenuto una relazione dedicata alla nuova epidemia di Bundibugyo virus disease (BVD) che sta interessando la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda.
L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di aggiornamento scientifico su una delle emergenze sanitarie più delicate del momento, richiamando l’attenzione sul fatto che Ebola continua a rappresentare una minaccia concreta per la salute globale, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni nella diagnosi, nella sorveglianza epidemiologica e nello sviluppo di vaccini.
Una nuova epidemia causata dal Bundibugyo virus
Nel suo intervento, Ippolito ha illustrato le caratteristiche dell’attuale focolaio, sottolineando come l’agente responsabile non sia il più noto Zaire Orthoebolavirus, ma il Bundibugyo virus (BDBV), una delle specie appartenenti al genere Orthoebolavirus, capace di provocare una grave febbre emorragica nell’uomo. La classificazione aggiornata dell’International Committee on Taxonomy of Viruses distingue infatti diverse specie di Ebola virus, alcune responsabili di malattia umana, altre limitate al mondo animale.
Il Bundibugyo virus era stato identificato per la prima volta in Uganda nel 2007 e successivamente aveva causato un focolaio nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012. L’epidemia del 2026 rappresenta il terzo evento documentato ed è quella che desta oggi la maggiore preoccupazione.

I numeri dell’emergenza
I dati presentati durante il convegno mostrano un quadro epidemiologico in continua evoluzione.
Alla data del 9 giugno 2026, nella Repubblica Democratica del Congo risultavano 635 casi confermati e 127 decessi, mentre l’Uganda aveva notificato 19 casi confermati, con 2 decessi, oltre a un caso probabile e un decesso probabile. Una diffusione che conferma il carattere transfrontaliero dell’epidemia e la necessità di un coordinamento internazionale delle attività di risposta.
Dallo spillover alla trasmissione tra esseri umani
Uno dei punti centrali della relazione ha riguardato l’origine dell’infezione.
Come ricordato da Ippolito, Ebola è una zoonosi: il virus viene mantenuto in natura principalmente dai pipistrelli, considerati il serbatoio naturale, e può raggiungere l’uomo attraverso il contatto con animali selvatici infetti. Una volta verificatosi il primo contagio umano, la trasmissione avviene attraverso il contatto diretto con sangue e liquidi biologici delle persone infette, favorendo la rapida propagazione dell’epidemia.
Le criticità che favoriscono la diffusione
Secondo il professor Ippolito, le difficoltà nel contenimento dell’epidemia non dipendono soltanto dalle caratteristiche biologiche del virus, ma anche dal contesto in cui esso si diffonde.
Tra i principali fattori di rischio figurano la fragilità dei sistemi sanitari, la limitata capacità diagnostica, la trasmissione nelle strutture ospedaliere, le pratiche funerarie tradizionali, la difficoltà nel rintracciare tutti i contatti dei pazienti e le condizioni di instabilità politica che caratterizzano alcune aree della Repubblica Democratica del Congo. Tutti elementi che rendono estremamente complessa l’interruzione della catena dei contagi.
Come agisce il virus nell’organismo
Nel corso della relazione è stato inoltre approfondito il meccanismo con cui Ebola provoca la malattia.
Dopo essere penetrato attraverso mucose o lesioni cutanee, il virus raggiunge rapidamente il circolo sanguigno e infetta cellule fondamentali del sistema immunitario, come macrofagi, monociti e cellule dendritiche. Da qui si diffonde verso fegato, reni, milza, sistema linfatico e altri organi vitali, provocando una violenta risposta infiammatoria e alterazioni della coagulazione responsabili delle forme emorragiche più gravi.
La lezione delle epidemie
Nelle conclusioni del suo intervento, Giuseppe Ippolito ha ricordato come le grandi epidemie degli ultimi decenni abbiano dimostrato che nessun Paese può considerarsi al riparo dalle malattie emergenti.
La pandemia di Covid-19 ha evidenziato quanto sia fondamentale investire nella sorveglianza epidemiologica, nella ricerca scientifica e nella cooperazione internazionale. L’attuale epidemia di Bundibugyo virus rappresenta un ulteriore richiamo alla necessità di rafforzare la preparedness globale, sviluppare vaccini e terapie efficaci contro tutte le specie di Orthoebolavirus e sostenere i sistemi sanitari dei Paesi più esposti.
L’incontro ospitato dall’Accademia Nazionale dei Lincei ha così ribadito un concetto ormai condiviso dalla comunità scientifica internazionale: le malattie infettive emergenti continuano a rappresentare una delle principali sfide della salute pubblica del XXI secolo e la capacità di prevenirle dipenderà sempre più dalla collaborazione tra ricerca, istituzioni sanitarie e comunità internazionale.



