Tra il Trocadéro e l’organo sinfonico: “Scapperò fra quindici giorni”

Il Festival d’Organo “Improbabylon” al conservatorio Santa Cecilia di Roma: terzo appuntamento – Daniel Sanmatin-Nieto

«Uno straordinario incantesimo», scriveva Marcel Proust ne I Guermantes, evocando la meraviglia della prima telefonata. Una suggestione che sembrava riaffiorare anche domenica scorsa nella Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, dove si è svolto il terzo appuntamento della rassegna Improbabylon, ideata e curata da Alberto Pavoni. Protagonista il giovane organista spagnolo Daniel Sanmartin-Nieto, musicista dalla formazione ampia e curiosa, che spazia dall’etnomusicologia al clavicembalo, dalla direzione al repertorio sacro passando per le percussioni.

Il programma era dedicato alle origini dell’organo sinfonico nella Parigi delle Esposizioni Universali, con particolare riferimento all’edizione del 1878. Fu quella che vide l’inaugurazione del monumentale organo Cavaillé-Coll del Palais du Trocadéro e che introdusse innovazioni destinate a segnare la modernità: dal brevetto del telefono di Alexander Graham Bell a quello del fonografo di Thomas Edison, fino al congresso sul diritto d’autore presieduto da Victor Hugo.

A restituire lo spirito di quell’epoca è Edmondo De Amicis che, nei Ricordi di Parigi, scrive con la consueta ironia: «…si gode di trovarsi là, come in mezzo a una gigantesca officina vibrante e sonora; di sentirsi aggregato anche per poco, molecola viva, al grande corpo intorno a cui tutto gravita; di respirare una boccata d’aria su quella torre di Babele… confortati dal dolce pensiero… che si scapperà fra quindici giorni».

A riportarci al presente è stato invece Daniel Sanmartin-Nieto, che ha aperto il suo recital con la Sinfonia n. 5 in fa minore op. 42 n. 1 di Charles-Marie Widor. L’opera, articolata nei cinque movimenti Allegro vivace, Allegro cantabile, Andantino quasi allegretto, Adagio e nella celeberrima Toccata, alterna slancio, lirismo e tensione fino a un finale di brillante virtuosismo. La splendida acustica della Sala Accademica ha favorito un ascolto limpido e dettagliato; tuttavia il continuo succedersi dei cambi di registro ha finito per frammentare in parte il discorso musicale, procedendo più per terrazze che lungo una linea di naturale sviluppo.

È seguita la Fantasia in la maggiore di César Franck, nota anche come Fantaisie – Idylle, eseguita anch’essa per la prima volta durante l’Esposizione Universale del 1878. Un brano costruito come un dialogo tra due, poi tre, idee tematiche che si dilatano, si intrecciano e si espandono fino a raggiungere un culmine luminoso, per poi ritirarsi in una dimensione di serena contemplazione. Sanmartin-Nieto ne ha restituito con sensibilità il respiro improvvisativo e la tensione poetica.

La sorpresa finale è stata una Suite tratta da Le Villi di Giacomo Puccini, prima opera del compositore lucchese. Viene spontaneo ricordare quanto Giuseppe Verdi scriveva all’amico Opprandino Arrivabene: «Ho sentito a dir molto bene del musicista Puccini… Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico!». Un’osservazione di straordinaria lungimiranza, considerando quanto Puccini avrebbe assimilato le lezioni di Wagner, Massenet, Čajkovskij e Bizet, non soltanto nella costruzione psicologica dei personaggi, ma anche nella raffinatissima scrittura orchestrale.

L’elaborazione realizzata dallo stesso Sanmartin-Nieto dei tre quadri – Preludio, L’Abbandono e La Tregenda – rivela una mano attenta e musicalmente consapevole, pur incontrando talvolta qualche difficoltà nel tradurre sulla tastiera la ricchezza della partitura orchestrale. Esistono esempi memorabili di trascrizione, fra tutti quello di Liszt alle prese con Paganini: non tanto per lo sfoggio virtuosistico, quanto perché il compositore ungherese, attraverso successive revisioni, riuscì a spogliare la scrittura del superfluo, affinandone progressivamente la tessitura fino a renderla fedele ed efficace. Umiltà, rispetto e amore per la musica sono spesso le qualità che rendono una trascrizione degna dell’originale.

Sanmartin-Nieto propone un lavoro interessante, sospeso tra arrangiamento e riduzione, risultato tutt’altro che scontato. Un utilizzo più deciso dei pedali di espressione e del crescendo avrebbe probabilmente conferito maggiore audacia stilistica e una teatralità ancora più coinvolgente.

Per quanto giovane, Sanmartin-Nieto – nel suo impeccabile abito dai toni pastello, con la barba curata quasi fosse un gesto di disciplina, i modi misurati e la voce quasi da cadetto – possiede qualità già ben riconoscibili: una solida padronanza dello strumento, una musicalità vigile e una notevole lucidità interpretativa, pur con qualche inevitabile oscillazione. Il pubblico lo ha salutato con applausi sinceri e con quella pioggia di fotografie e video che oggi accompagna quasi ogni successo.

I bis hanno confermato la sua versatilità: la splendida Sinfonia della Cantata BWV 29 di Bach nella trascrizione di Alexander Guilmant, seguita da una sorprendente elaborazione del celebre tema de Il buono, il brutto, il cattivo, nella quale l’organista ha finalmente liberato con naturalezza tutte le proprie risorse espressive.

Un pomeriggio ricco di suggestioni, sospeso tra la Parigi del Trocadéro e l’immaginario cinematografico di Morricone, capace di raccontare le molte anime dell’organo sinfonico. 

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