Lo studio pubblicato su Cell identifica in LEF1 il regolatore chiave delle cellule T staminali: nuove prospettive per immunoterapia, malattie autoimmuni e infezioni persistenti
Una rara popolazione di cellule T staminali potrebbe aprire una nuova era nella cura delle malattie croniche, delle infezioni persistenti e di alcuni tumori. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Cell, coordinato da Andrea Schietinger del Memorial Sloan Kettering Cancer Center e da Doron Betel della Weill Cornell Medicine, che ha individuato nella proteina LEF1 il principale regolatore della capacità di autorinnovamento di queste cellule immunitarie.
La ricerca dimostra che intervenire su questo meccanismo potrebbe consentire, a seconda delle necessità cliniche, di potenziare le difese dell’organismo contro tumori e infezioni croniche oppure di ridurre la risposta immunitaria nelle malattie autoimmuni.
Le cellule T staminali alimentano continuamente la risposta immunitaria
I linfociti T rappresentano uno dei pilastri del sistema immunitario, responsabili dell’eliminazione delle cellule infette e di quelle tumorali. Tuttavia, quando l’organismo è impegnato in una malattia cronica, questi linfociti tendono progressivamente a perdere efficacia attraverso un processo noto come esaurimento funzionale.
Lo studio ha identificato una rarissima popolazione di cellule T staminali positive alla proteina LEF1, in grado di rigenerarsi e di produrre costantemente nuovi linfociti effettori, garantendo così una risposta immunitaria duratura.
LEF1 è il “motore” dell’autorinnovamento
Per verificare il ruolo della proteina, i ricercatori hanno utilizzato la tecnologia di editing genomico CRISPR, eliminando il gene LEF1 in modelli sperimentali.
L’assenza della proteina ha impedito alle cellule T staminali di autorinnovarsi e di mantenersi nel tempo, provocando la scomparsa dell’intero serbatoio cellulare.
Al contrario, aumentando l’espressione di LEF1 nei modelli di infezione virale cronica, gli studiosi hanno osservato un incremento delle cellule T staminali e una significativa riduzione dei linfociti ormai funzionalmente esauriti.
Benefici anche contro il diabete autoimmune
La ricerca ha mostrato risultati promettenti anche nel diabete autoimmune di tipo 1.
Nei modelli sperimentali, infatti, la rimozione del gene LEF1 ha ridotto drasticamente la capacità delle cellule immunitarie di attaccare le cellule pancreatiche produttrici di insulina, proteggendo gli animali dallo sviluppo della malattia.
Secondo gli autori, questo dimostra come la modulazione delle cellule T staminali possa diventare una strategia terapeutica sia per contenere le malattie autoimmuni sia per rafforzare le difese immunitarie quando necessario.
Un programma genetico comune tra malattie diverse
Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda il confronto tra cellule T staminali isolate in due contesti completamente differenti: il diabete autoimmune e un modello di infezione cronica causata dal virus della coriomeningite linfocitaria.
Grazie alle analisi computazionali coordinate da Doron Betel, i ricercatori hanno scoperto che queste cellule condividono un identico programma molecolare regolato da LEF1 e ben 117 geni con lo stesso schema di attivazione, nonostante il comportamento opposto del sistema immunitario nelle due malattie.
Questa scoperta suggerisce l’esistenza di un meccanismo universale che sostiene le proprietà staminali dei linfociti T in numerose patologie croniche.
Il ruolo decisivo del microambiente
Lo studio evidenzia inoltre che le proprietà delle cellule T staminali non dipendono esclusivamente dal loro patrimonio genetico.
Come avviene per le cellule staminali del midollo osseo e dell’intestino, anche quelle immunitarie necessitano di specifiche “nicchie” presenti nei linfonodi per mantenere la loro capacità di rigenerazione.
Quando gli studiosi hanno alterato i segnali molecolari responsabili del corretto posizionamento delle cellule nei linfonodi, la popolazione di cellule T staminali è rapidamente collassata, confermando l’importanza dell’ambiente che le ospita.
Le dichiarazioni dei ricercatori
«Il nostro studio dimostra che LEF1 è fondamentale per mantenere le proprietà staminali e la persistenza dei linfociti T», spiega Andrea Schietinger. «Aumentandone l’espressione otteniamo un numero maggiore di cellule T staminali, mentre eliminandolo questo prezioso serbatoio cellulare scompare completamente. La strategia migliore dipenderà dal tipo di malattia che si intende trattare».
Per Doron Betel, la scoperta ha implicazioni ancora più ampie: «L’identificazione dello stesso programma molecolare in patologie immunologicamente molto diverse suggerisce l’esistenza di un meccanismo biologico condiviso. Questo apre la possibilità di sviluppare nuove terapie per un vasto spettro di malattie immunomediate».
Nuove prospettive per la medicina di precisione
Secondo gli autori, la possibilità di modulare l’attività delle cellule T staminali rappresenta una delle frontiere più promettenti dell’immunologia moderna.
In futuro, aumentare l’attività di LEF1 potrebbe migliorare l’efficacia dell’immunoterapia nei tumori e nelle infezioni croniche, mentre ridurne l’espressione potrebbe contribuire a controllare patologie autoimmuni come il diabete di tipo 1.
Lo studio fornisce così nuove basi biologiche per sviluppare terapie sempre più mirate e personalizzate, capaci di agire direttamente sulla “memoria staminale” del sistema immunitario.


