Rassegna Improbabylon al Conservatorio: tra folla e marinai in ascolto
Roma 31 Maggio – ore 17, Sala Accademica del Conservatorio Santa Cecilia
L’ultimo concerto della rassegna: Matteo Helfer
Era come ferragosto quest’ultima domenica di maggio. Lo compresi sbucando in piazza Barberini, dove ondate di calore accompagnavano turisti e romani verso la fontana, intorno alla quale tutti si affaccendavano rubando acqua a piene mani nella speranza di un sollievo tanto improbabile quanto effimero.
Passai all’ombra di via Sistina, dove abitò Liszt durante il suo soggiorno romano, e mentre scendevo lentamente la scalinata di Piazza di Spagna percepii tutta la fatica di un’aria resa quasi solida dall’umidità. Giunto all’ultimo gradino, la ressa ricordava più l’uscita di uno stadio che l’arrivo a una meta turistica.
Entrato nella Sala Accademica del Conservatorio, le finestre centinate proiettavano raggi abbaglianti sul busto sospeso di Santa Cecilia, facendola somigliare, più che a una martire, alla polena di un fantastico bastimento pronto a salpare.
Nocchiero di questo viaggio è stato Matteo Helfer, affiancato dall’eccellente prodiere Alberto Pavoni. Helfer – una via di mezzo tra Batman e un corazziere in borghese – porta con sé la solidità di una formazione che unisce organo, pianoforte e direzione d’orchestra. Se Roma gli ha dato i natali, Palermo gli ha affidato la cattedra di Organo e Composizione organistica.
Issate le vele e sciolti gli ormeggi, il viaggio musicale ha avuto Weimar come stella polare: da Bach, suo alfa, a Liszt, suo omega, passando per César Franck e Marco Enrico Bossi.
La Toccata, Adagio e Fuga in Do maggiore BWV 564 di Bach ha aperto il concerto con una pagina tra le più monumentali del repertorio organistico. Celebre per il grande assolo di pedale della Toccata e per il lirismo quasi violinistico dell’Adagio, culmina in una fuga di ampio respiro, costruita con straordinario equilibrio architettonico.
Dal testamento spirituale di César Franck, i Trois Chorals, è stato eseguito il Primo Corale in Mi maggiore, dove contrappunto, armonia e respiro orchestrale si fondono in un discorso musicale di intensa spiritualità e continua trasformazione.
Di Marco Enrico Bossi è stata proposta la Ländliche Szene dalle Cinque Pezzi op. 132: una pagina serena e luminosa, nella quale il compositore tratteggia un paesaggio pastorale con raffinata eleganza timbrica e una scrittura che sembra già guardare al linguaggio di Respighi.
Ha concluso il programma il poema sinfonico Prometheus S. 99 di Franz Liszt, nella spettacolare trascrizione organistica di Jean Guillou. Una sfida tecnica e interpretativa di altissimo livello, capace di sfruttare tutte le possibilità orchestrali dello strumento e di restituire la forza drammatica della scrittura lisztiana.
Gli applausi, calorosi e convinti, hanno richiamato Helfer al leggio per un bis affidato alla celebre Toccata di Théodore Dubois, tra le pagine più amate del repertorio organistico francese.
Pur nella qualità del programma, non tutto è apparso pienamente compiuto. Il Walcker del 1894, ampliato da Tamburini nel 1966 e aggiornato nel 2008, conserva infatti una timbrica decisamente germanica, meno incline alle esigenze coloristiche richieste da Franck e Liszt. Ne è derivata una certa compressione della tavolozza dinamica e timbrica. Più convincente è risultata la lettura bachiana, salda nell’impianto architettonico, mentre Bossi ha trovato nell’interprete la sua espressione più naturale.
Uscito dal Conservatorio pensavo di ripassare per via del Babuino, ma un formicaio umano avanzava deciso tra vociare gutturale, risate sgangherate, cappellini variopinti, bermuda, gonne troppo lunghe o troppo corte, bandierine e megafoni. Scappai dalla parte opposta. La mia città aveva deciso di non concedermi tregua.
Camminavo lungo via del Corso senza capire se quella folla fosse uscita dal funerale di una rockstar o stesse seguendo la processione di qualche improbabile santa protettrice. L’aria profumava di caffè e pizza appena sfornata. Alla fine trovai rifugio sotto il portone del Museo Goethe. Mi tornarono alla mente gli occhi innamorati con cui il poeta aveva guardato Roma e la sua campagna. Smisi di oppormi alla corrente e mi lasciai trasportare.
Fu allora che riaffiorò un ricordo: proprio a Weimar Liszt, nel centenario della nascita di Goethe, compose il poema sinfonico Tasso. Lamento e trionfo.
E subito dopo mi venne un’altra associazione.
Pavoni: letizia e lamento.
Ideatore e anima della rassegna, Alberto Pavoni, dopo aver finalmente condotto il veliero in porto, salì sul palco per un ultimo saluto. Si guardò intorno come chi verifica che tutto sia davvero finito, prese il microfono e si portò istintivamente una mano al petto. Aveva lo sguardo di chi è insieme felice per aver concluso un’impresa e malinconico perché sa che il viaggio è terminato.
Con la benedizione del Direttore del Conservatorio annunciò che Improbabylon tornerà anche il prossimo anno.
Adesso tutto entrerà in letargo.
Noi, da bravi marinai rimasti a terra, non possiamo che attendere la prossima marea.



