Peste suina africana, ricerca, vaccini e strategie

La peste suina africana continua a rappresentare una delle emergenze veterinarie più complesse per l’Europa. I focolai sono aumentati, il virus continua a circolare tra i cinghiali e la ricerca accelera sul fronte dei vaccini. L’Italia risponde con sorveglianza, biosicurezza, contenimento della fauna selvatica e zonizzazione, mentre nuovi studi aprono prospettive che fino a pochi anni fa sembravano lontane.

La peste suina africana (PSA) – talvolta erroneamente indicata come “peste suina indiana” – non è una zoonosi e quindi non rappresenta un pericolo per l’uomo, né attraverso il contatto con gli animali né attraverso il consumo di carne suina. Per maiali domestici e cinghiali, invece, può essere devastante: nelle forme acute la mortalità può avvicinarsi al 100%.

Il problema, tuttavia, va molto oltre la salute animale. Ogni focolaio può comportare abbattimenti, blocchi alla movimentazione degli animali, limitazioni commerciali, costi di sanificazione e sorveglianza e conseguenze sull’export dei prodotti suinicoli. Per un Paese come l’Italia, dove la filiera del suino alimenta produzioni ad alto valore aggiunto e numerose Dop, il controllo della PSA è quindi anche una questione economica e strategica.

Peste suina africana: che cos’è e perché è così difficile da fermare

La malattia è provocata dall’African swine fever virus (ASFV), un virus a DNA estremamente complesso. Questa complessità biologica è uno dei motivi per cui, nonostante decenni di studi, lo sviluppo di un vaccino universalmente utilizzabile si è rivelato molto più difficile rispetto ad altre malattie virali degli animali.

Il contagio può verificarsi attraverso il contatto diretto tra animali infetti e sani, ma anche indirettamente attraverso materiali, mezzi di trasporto, attrezzature, abbigliamento o prodotti contaminati. In determinate aree geografiche possono inoltre contribuire alla trasmissione alcune zecche molli del genere Ornithodoros.

Uno dei maggiori ostacoli all’eradicazione europea è rappresentato dal cinghiale selvatico. Quando ASFV riesce a stabilizzarsi nelle popolazioni selvatiche, si crea un serbatoio epidemiologico molto difficile da eliminare.

Le carcasse infette costituiscono un elemento particolarmente critico. Il virus può persistere nell’ambiente e nei tessuti degli animali morti, mantenendo attiva la catena epidemiologica. Per questo la ricerca sistematica delle carcasse e la loro rapida rimozione sono ormai elementi fondamentali delle strategie europee.

Europa: nel 2025 forte aumento dei focolai

Gli ultimi dati dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) mostrano che il problema è tutt’altro che superato.

Nel 2025 nell’Unione europea i focolai di PSA nei suini domestici sono aumentati del 76% rispetto al 2024, mentre quelli rilevati nei cinghiali sono cresciuti del 44%. La malattia è inoltre ricomparsa in Spagna dopo 31 anni, portando a 14 il numero degli Stati membri interessati.

La risposta europea sta puntando fortemente sulla sorveglianza. Nel 2025 sono stati analizzati più di 518 mila campioni di suini domestici e 618 mila campioni di cinghiali. Un dato particolarmente significativo riguarda la sorveglianza passiva: secondo EFSA ha consentito di individuare l’84% dei focolai nei suini domestici e il 73% di quelli nei cinghiali.

Significa che individuare rapidamente animali morti o sospetti e sottoporli ad analisi rimane una delle armi più efficaci disponibili.

La situazione italiana nel 2026

L’Italia rappresenta un caso particolarmente complesso perché deve gestire contemporaneamente il virus nella fauna selvatica e il rischio di ingresso negli allevamenti.

Il quadro epidemiologico del 2026 dimostra quanto sia dinamica la situazione. In primavera sono stati segnalati nuovi casi nei cinghiali in Emilia-Romagna e Piemonte, che hanno determinato modifiche delle aree sottoposte alle restrizioni europee.

In aprile è stato inoltre rilevato un focolaio nei suini allevati in Piemonte, con conseguente classificazione dell’area interessata come zona a maggiore restrizione.

Durante giugno e luglio la situazione ha interessato anche la Toscana, con focolai nei suini allevati e casi nella popolazione selvatica. Nello stesso periodo sono stati segnalati nuovi episodi nei cinghiali anche in Liguria e Piemonte, determinando ulteriori aggiornamenti della zonizzazione europea.

Ancora a luglio, nuovi casi nei cinghiali toscani hanno portato la Commissione europea a modificare nuovamente le aree sottoposte a restrizione.

È la dimostrazione di quanto la gestione della PSA richieda un sistema capace di modificare rapidamente le misure in funzione dell’evoluzione epidemiologica.

Come l’Italia sta affrontando la peste suina africana

Il sistema italiano si basa sul Piano nazionale di sorveglianza ed eradicazione della PSA, adottato annualmente dal 2020, approvato e cofinanziato dalla Commissione europea.

Il Piano comprende sorveglianza passiva nei suini domestici e selvatici, procedure da applicare in caso di sospetto o conferma dell’infezione, misure di contenimento ed eradicazione e interventi finalizzati alla protezione del patrimonio suinicolo nazionale.

A questo si affianca l’attività del Commissario straordinario alla peste suina africana, istituito per coordinare l’emergenza e favorire un’applicazione uniforme delle misure sul territorio nazionale.

La strategia si sviluppa essenzialmente su più fronti contemporaneamente: controllo sanitario degli allevamenti, rafforzamento della biosicurezza, limitazione delle movimentazioni nelle aree interessate, ricerca delle carcasse di cinghiale, contenimento della popolazione selvatica, sanificazione dei mezzi e delle attrezzature e controllo degli accessi agli allevamenti.

Le zone I, II e III: il sistema europeo di contenimento

Uno degli strumenti fondamentali dell’Unione europea è la regionalizzazione.

Il regolamento di esecuzione UE 2023/594 prevede differenti categorie territoriali – zone di restrizione I, II e III – stabilite sulla base della situazione epidemiologica e del rischio di diffusione.

La classificazione viene continuamente aggiornata. Non si tratta quindi di una fotografia immutabile: un nuovo caso in un cinghiale o un focolaio in allevamento può determinare rapidamente l’ampliamento o la modifica delle aree soggette a restrizioni.

Questo sistema consente di concentrare le misure più severe nelle zone maggiormente interessate cercando, allo stesso tempo, di evitare un blocco indiscriminato dell’intero comparto suinicolo nazionale.

La grande sfida scientifica: trovare un vaccino sicuro

È probabilmente questo il fronte scientificamente più interessante.

Per decenni il vaccino contro ASFV è stato considerato uno degli obiettivi più difficili della medicina veterinaria. Il virus possiede un genoma complesso, numerosi meccanismi di evasione immunitaria e non è ancora completamente chiarito quali risposte immunitarie siano indispensabili per ottenere una protezione duratura.

Una review pubblicata nel 2026 sul Journal of Veterinary Science identifica diverse strategie attualmente allo studio: vaccini vivi attenuati, vaccini a subunità, vaccini a DNA, vettori virali, virus-like particles e piattaforme basate su RNA messaggero.

La ricerca sta quindi procedendo lungo strade parallele.

Vaccini vivi attenuati: i candidati più avanzati

I vaccini vivi attenuati, o LAV – Live Attenuated Vaccines, sono attualmente tra gli approcci che hanno prodotto i risultati sperimentali più promettenti.

In molti casi vengono realizzati eliminando dal genoma virale specifici geni responsabili della virulenza o della capacità del virus di interferire con il sistema immunitario.

Una meta-analisi pubblicata nel 2025 sulla rivista Vaccine ha rilevato, negli studi esaminati, una riduzione significativa del rischio di mortalità negli animali vaccinati. L’efficacia stimata contro la mortalità raggiungeva circa il 70%, ma gli autori sottolineavano contemporaneamente la presenza di effetti indesiderati e la necessità di migliorare ulteriormente sicurezza e protezione.

Ed è proprio la sicurezza il punto decisivo.

Un vaccino vivo attenuato deve infatti garantire che il virus vaccinale non riacquisti caratteristiche di virulenza, non persista in maniera problematica nell’ambiente e non produca conseguenze epidemiologiche impreviste.

ASFV-G-ΔI177L: risultati promettenti nei suinetti

Tra i candidati studiati figura ASFV-G-ΔI177L, ottenuto mediante delezione genetica.

Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha valutato il candidato in suinetti di quattro settimane, riportando una solida protezione sperimentale.

Sono risultati importanti perché una vaccinazione realmente applicabile sul campo dovrà dimostrare efficacia non soltanto negli animali adulti e in condizioni sperimentali controllate, ma anche nelle diverse fasi produttive dell’allevamento.

Il passaggio dalla protezione sperimentale alla vaccinazione di massa rimane tuttavia complesso.

La nuova strada dei vaccini vettoriali

Una delle ricerche più interessanti del 2026 riguarda invece i vaccini a vettore virale.

Uno studio pubblicato su npj Vaccines ha sperimentato vettori adenovirali capaci di esprimere più antigeni di ASFV.

Dopo l’esposizione al ceppo altamente virulento Georgia 2007/1 attraverso un modello di trasmissione naturale, cinque dei sei animali vaccinati con la formulazione senza l’adiuvante Quil-A sono sopravvissuti. Al contrario, la formulazione contenente l’adiuvante non ha prodotto lo stesso risultato.

Il dato è scientificamente rilevante anche per un’altra ragione: dimostra quanto sia complessa l’immunologia della PSA. Non basta aumentare genericamente la risposta immunitaria; occorre indurre la risposta corretta, contro gli antigeni corretti e attraverso i meccanismi immunitari appropriati.

Vaccini a subunità, DNA e mRNA

Un’altra grande area di ricerca punta a evitare l’impiego del virus vivo.

I vaccini a subunità utilizzano specifiche proteine virali per stimolare il sistema immunitario. Dal punto di vista della biosicurezza rappresentano un approccio molto interessante, ma finora la protezione ottenuta nelle prove sperimentali non ha raggiunto la robustezza necessaria.

Lo stesso vale per diversi approcci basati su DNA e vettori.

Ancora più interessante è l’ingresso delle tecnologie mRNA, diventate protagoniste della vaccinologia moderna dopo la pandemia di Covid-19. Le piattaforme a RNA potrebbero permettere di combinare differenti antigeni del virus e modificare rapidamente la composizione vaccinale.

Per ASFV, tuttavia, siamo ancora prevalentemente nel campo della ricerca e non è possibile trasferire automaticamente i risultati ottenuti con vaccini mRNA contro virus umani molto differenti. La review scientifica del 2026 sottolinea infatti che, nonostante i progressi, nessun approccio ha ancora risolto contemporaneamente i problemi di sicurezza, efficacia, durata della protezione e protezione nei confronti di differenti varianti virali.

Il problema della protezione incrociata

Esiste poi una questione spesso trascurata: un vaccino deve funzionare contro i virus che circolano realmente sul territorio.

ASFV comprende differenti genotipi e varianti. Un candidato efficace contro un determinato ceppo potrebbe non garantire la stessa protezione contro virus geneticamente o antigenicamente differenti.

La ricerca deve quindi individuare gli antigeni maggiormente conservati e comprendere meglio quali componenti della risposta immunitaria siano realmente correlate alla protezione.

È una sfida che avvicina sempre più la ricerca sulla PSA alla genomica, alla bioinformatica e all’immunologia molecolare.

Vaccinare anche i cinghiali?

Per l’Europa questa potrebbe essere la vera svolta.

Proteggere i suini negli allevamenti risolverebbe infatti soltanto una parte del problema. Finché il virus continuerà a circolare nelle popolazioni selvatiche, rimarrà il rischio di nuove introduzioni.

La prospettiva futura è quindi sviluppare vaccini somministrabili per via orale ai cinghiali attraverso esche, analogamente a strategie già utilizzate contro altre malattie della fauna selvatica.

Ma le difficoltà sono enormi.

Un vaccino destinato alla fauna selvatica dovrebbe essere estremamente sicuro, stabile nell’ambiente, efficace per via orale e incapace di diffondersi in maniera incontrollata. Dovrebbe inoltre permettere, possibilmente, di distinguere gli animali vaccinati da quelli naturalmente infetti attraverso strategie diagnostiche cosiddette DIVA – Differentiating Infected from Vaccinated Animals.

La WOAH prepara il terreno alla vaccinazione

Un segnale significativo è arrivato nel maggio 2026 dalla World Organisation for Animal Health (WOAH), che ha pubblicato nuove linee guida dedicate alla valutazione sul campo dei vaccini contro la PSA e al monitoraggio post-vaccinazione.

Il documento fornisce indicazioni ai servizi veterinari e alle autorità competenti per progettare studi sul campo, valutare l’eventuale introduzione di programmi vaccinali e controllarne successivamente sicurezza ed efficacia.

Non significa che l’Europa sia pronta a una vaccinazione generalizzata. Significa però che la comunità veterinaria internazionale sta iniziando a costruire il quadro tecnico necessario nel caso in cui candidati sufficientemente sicuri ed efficaci diventino disponibili.

Biosicurezza: il vaccino non sostituirà la prevenzione

Anche se nei prossimi anni arrivasse un vaccino efficace, difficilmente rappresenterebbe da solo la soluzione.

La PSA è un esempio paradigmatico di malattia nella quale tecnologia, epidemiologia, comportamento umano e gestione ambientale devono procedere insieme.

Un mezzo contaminato, attrezzature non sanificate, l’ingresso incontrollato di persone in allevamento, alimenti contenenti prodotti suini infetti o il contatto indiretto con materiale proveniente da aree contaminate possono compromettere un sistema di prevenzione.

La biosicurezza degli allevamenti deve quindi essere considerata una vera infrastruttura sanitaria.

Sorveglianza digitale, genomica e intelligenza artificiale

Un ulteriore fronte destinato a crescere riguarda l’utilizzo dei dati.

Il sequenziamento genomico permette di confrontare i virus isolati nei diversi focolai e ricostruire possibili catene di trasmissione. L’epidemiologia molecolare può aiutare a capire se due episodi apparentemente vicini appartengano alla stessa catena epidemica oppure derivino da introduzioni indipendenti.

Modelli matematici e sistemi di intelligenza artificiale possono invece integrare densità degli allevamenti, distribuzione dei cinghiali, viabilità, caratteristiche ambientali, ritrovamenti di carcasse e dati epidemiologici per costruire mappe dinamiche del rischio.

L’obiettivo della sorveglianza del futuro non sarà semplicemente individuare dove si trova il virus, ma prevedere dove potrebbe arrivare.

L’Italia si gioca una partita economica oltre che sanitaria

Per l’Italia la PSA rappresenta una sfida particolarmente delicata.

Il valore della filiera suinicola nazionale non dipende soltanto dal numero degli animali allevati, ma dalla trasformazione in prodotti ad altissimo valore commerciale. Prosciutti, salumi e produzioni Dop costituiscono una componente importante dell’agroalimentare italiano e dell’export.

Per questo la capacità di circoscrivere rapidamente un focolaio è essenziale anche per difendere le aree indenni e garantire ai partner commerciali che i prodotti provenienti da territori non interessati possano continuare a circolare.

La regionalizzazione europea nasce esattamente da questa logica: combattere il virus senza paralizzare inutilmente territori epidemiologicamente sicuri.

Una corsa scientifica ancora aperta

La peste suina africana dimostra quanto possa essere difficile controllare una malattia quando il patogeno riesce a muoversi tra allevamenti, ambiente e fauna selvatica.

I dati europei più recenti impongono prudenza: l’aumento dei focolai registrato nel 2025 e i nuovi episodi italiani del 2026 dimostrano che ASFV continua a rappresentare una minaccia concreta.

Ma rispetto a pochi anni fa lo scenario scientifico sta cambiando. I vaccini vivi attenuati geneticamente modificati stanno producendo risultati sempre più interessanti; i vaccini vettoriali hanno dimostrato protezione in alcuni studi sperimentali; subunità, DNA, mRNA e virus-like particles ampliano il numero delle strategie disponibili; genomica ed epidemiologia digitale consentono una sorveglianza sempre più precisa.

La vera svolta arriverà quando sarà possibile combinare vaccinazione sicura, diagnostica DIVA, biosicurezza degli allevamenti, controllo epidemiologico dei cinghiali e sorveglianza genomica in tempo reale.

Fino ad allora, la parola chiave rimane prevenzione. Per l’Italia e per l’Europa la PSA non è più soltanto un’emergenza veterinaria: è un banco di prova della capacità di integrare ricerca scientifica, gestione della fauna, sanità animale, tecnologia e protezione di una delle filiere agroalimentari più importanti del continente.

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