Ricerca italiana, il talento non basta

L’Italia continua a formare ricercatori di valore e a produrre risultati scientifici riconosciuti a livello internazionale. Ma investe in ricerca e sviluppo appena l’1,38% del PIL, contro una media europea del 2,24%.

Precarietà, retribuzioni poco competitive, burocrazia e mancanza di continuità spingono molti giovani qualificati verso l’estero. Senza una strategia stabile, il Paese rischia di diventare consumatore delle innovazioni sviluppate dagli altri.

La ricerca italiana davanti a un bivio

L’Italia ama definirsi una grande potenza industriale. È membro del G7, possiede una manifattura avanzata, esporta farmaci, macchinari, tecnologie, prodotti aerospaziali e soluzioni ad alto contenuto scientifico. Può vantare università dalla storia secolare, ospedali di ricerca, istituti pubblici autorevoli e imprese capaci di competere nei mercati internazionali.

Eppure, quando si parla di ricerca scientifica, il Paese sembra vivere una contraddizione permanente. Celebriamo ogni scoperta realizzata da uno scienziato italiano, anche quando lavora a Boston, Londra, Zurigo o Berlino, ma continuiamo a considerare la ricerca quasi come una voce accessoria del bilancio pubblico. Ci entusiasmiamo per il singolo risultato, senza chiederci se esista davvero un sistema capace di renderlo possibile, ripetibile e duraturo.

La domanda, dunque, non è soltanto se l’Italia abbia buoni ricercatori. La risposta è certamente sì. La questione decisiva è un’altra: siamo ancora in grado di trattenerli, valorizzarli e mettere le loro competenze nelle condizioni di generare conoscenza, innovazione, sviluppo industriale e benessere collettivo?

Perché un Paese che rinuncia alla ricerca non rimane semplicemente fermo. Arretra. Diventa dipendente dalle tecnologie altrui, acquista brevetti invece di produrli, importa innovazione e perde progressivamente autonomia economica, sanitaria, energetica e strategica.

Quanto investe l’Italia nella ricerca scientifica

I numeri aiutano a comprendere la distanza tra le dichiarazioni e la realtà. Nel 2024 la spesa italiana complessiva in ricerca e sviluppo è stata pari all’1,38% del prodotto interno lordo, contro una media dell’Unione europea del 2,24%. La distanza è ancora più evidente rispetto alla media dell’area OCSE, rimasta nel 2024 intorno al 2,7% del PIL. Corea del Sud e Israele superano rispettivamente il 5% e il 6% del PIL.

Non si tratta di una differenza contabile. Dietro ogni decimale mancante vi sono laboratori non aggiornati, concorsi rinviati, progetti interrotti, giovani ricercatori senza prospettive, imprese che innovano meno e territori che perdono competitività.

Anche la ricerca privata mostra una fragilità strutturale. Nel 2024 gli investimenti delle imprese italiane in ricerca e sviluppo si sono fermati allo 0,79% del PIL, contro una media europea dell’1,49%. La ridotta dimensione media delle aziende italiane pesa notevolmente: le piccole imprese, che costituiscono l’ossatura del nostro sistema produttivo, spesso non dispongono delle risorse finanziarie, delle competenze interne e della capacità organizzativa necessarie per sostenere programmi di ricerca pluriennali.

La conseguenza è un modello economico che in molti settori continua a competere prevalentemente sulla qualità manifatturiera, sulla specializzazione e sulla flessibilità, ma fatica a occupare le posizioni più avanzate nelle tecnologie digitali, nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori, nelle biotecnologie, nei nuovi materiali e nelle piattaforme energetiche.

I cervelli italiani ci sono, ma spesso lavorano altrove

Affermare che l’Italia non possieda capitale umano sarebbe falso. Il problema non è l’assenza di talento, bensì la difficoltà di trasformarlo in una risorsa stabile per il Paese.

I ricercatori italiani sono presenti nei più importanti laboratori internazionali, nelle università statunitensi e britanniche, nei centri europei di medicina, fisica, ingegneria, neuroscienze, spazio e intelligenza artificiale. La loro capacità di ottenere finanziamenti competitivi e di partecipare a collaborazioni internazionali conferma la qualità della formazione ricevuta.

Il paradosso è evidente: il sistema italiano investe nella scuola, nell’università, nei dottorati e nella formazione specialistica, ma una parte considerevole del valore prodotto viene successivamente trasferita all’estero. Altri Paesi offrono ai nostri giovani laboratori meglio finanziati, carriere più trasparenti, contratti stabili, retribuzioni superiori e un contesto amministrativo meno soffocante.

Secondo l’Istat, nel 2023 sono espatriati circa 21 mila giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni, con un aumento del 21,2% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo i rientri sono stati appena 6 mila. Il saldo negativo è stato quindi di circa 16 mila giovani qualificati in un solo anno e ha raggiunto le 97 mila unità nell’arco di dieci anni.

I dati più recenti sull’intera popolazione confermano che la tendenza non si è esaurita. Dopo il picco registrato nel 2024, nel 2025 gli espatri dei cittadini italiani sono scesi a 109 mila, ma il saldo migratorio degli italiani è rimasto negativo per 53 mila unità.

Non tutti coloro che partono sono ricercatori e non ogni trasferimento all’estero deve essere interpretato come una sconfitta. La mobilità internazionale è fondamentale per la scienza: consente di confrontare metodi, costruire reti e acquisire nuove competenze. Diventa però una perdita quando il viaggio è quasi esclusivamente a senso unico, quando chi parte non trova ragioni sufficienti per tornare e quando l’Italia non riesce, a sua volta, ad attrarre una quantità comparabile di studiosi stranieri.

La vera anomalia non è la mobilità dei cervelli. È la mancanza di circolazione.

Precarietà e carriere discontinue

La fragilità della ricerca italiana comincia spesso dopo il dottorato. Per molti giovani si apre una lunga sequenza di borse, assegni, contratti a termine e collaborazioni legate alla durata di singoli progetti. Le persone cambiano laboratorio, città e perfino Paese senza poter costruire una prospettiva professionale credibile.

La precarietà non riguarda soltanto il reddito. Incide sulla possibilità di avere una casa, programmare una famiglia, ottenere un finanziamento e progettare una ricerca di lungo periodo. Ma la scienza, soprattutto quella di base, non segue quasi mai i tempi brevi dei contratti.

L’abolizione degli assegni di ricerca, entrata in vigore all’inizio del 2025 senza che fosse immediatamente operativo un sistema sostitutivo pienamente adeguato, ha inoltre generato una fase di incertezza. L’ANVUR aveva avvertito che l’assenza di uno strumento contrattuale idoneo avrebbe potuto ostacolare persino il reclutamento dei giovani impegnati nei progetti europei Marie Skłodowska-Curie, finanziati dalla Commissione europea.

Una riforma del precariato è necessaria, ma non può limitarsi a cambiare il nome dei contratti. Servono risorse sufficienti, procedure semplici e un percorso che colleghi la formazione post-dottorale all’ingresso stabile nella ricerca. In assenza di queste condizioni, si rischia di ridurre ulteriormente le opportunità proprio mentre terminano molti dei finanziamenti straordinari collegati al PNRR.

Il PNRR e il rischio dell’effetto precipizio

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha rappresentato un’occasione straordinaria. Ha permesso di finanziare infrastrutture, partenariati estesi, centri nazionali, ecosistemi dell’innovazione, dottorati e progetti in settori strategici.

Il PNRR, tuttavia, ha una scadenza. Questa è la questione che il dibattito politico non può più rinviare.

Finanziare per alcuni anni migliaia di posizioni e acquistare nuove apparecchiature è utile, ma non sufficiente. Una piattaforma tecnologica ha bisogno di manutenzione, personale tecnico, aggiornamenti e programmi successivi. Un giovane assunto per un progetto triennale deve sapere se, al termine, esisterà un percorso professionale. Una rete tra università e imprese deve continuare a funzionare anche quando termina il finanziamento straordinario.

Senza un piano nazionale capace di consolidare quanto costruito, il rischio è quello di un “effetto precipizio”: contratti che scadono contemporaneamente, laboratori che perdono personale e infrastrutture avanzate che rimangono sottoutilizzate.

La ricerca non può dipendere da cicli eccezionali. Ha bisogno di finanziamenti ordinari, prevedibili e pluriennali.

Una ricerca migliore dei mezzi che riceve

Il dato forse più significativo è che, nonostante le debolezze strutturali, la ricerca italiana continua a produrre risultati di rilievo.

La Valutazione della qualità della ricerca 2020-2024 ha coinvolto oltre 75.800 ricercatori e preso in esame quasi 200 mila prodotti scientifici, un numero superiore a quello del precedente ciclo di valutazione. Il sistema mostra quindi una notevole vitalità e una produzione scientifica diffusa.

Nel 2024-2025 gli iscritti alle università italiane hanno superato i due milioni, raggiungendo il massimo storico, mentre il personale docente universitario è cresciuto. Sono segnali positivi, che impediscono di raccontare l’università italiana come un sistema immobile o incapace. Rapporto ANVUR 2026

Restano, però, debolezze profonde. Soltanto il 31,6% degli italiani tra 25 e 34 anni possiede una laurea, una quota ancora molto bassa nel confronto europeo. È il segno di un Paese che non solo perde una parte dei propri laureati, ma ne forma complessivamente meno rispetto alle economie con cui vorrebbe competere.

Nel quadro europeo dell’innovazione 2026, l’Italia viene classificata come “innovatore moderato”, con una performance pari al 96,2% della media dell’Unione e il tredicesimo posto tra gli Stati membri. I punti di forza comprendono le collaborazioni scientifiche tra pubblico e privato, il design e la produttività nell’uso delle risorse; tra le debolezze emergono invece la ridotta quota di popolazione con istruzione terziaria e il limitato sostegno pubblico alla ricerca industriale.

Siamo dunque vicini alla media europea, ma non ancora nel gruppo dei leader. Per una delle maggiori economie industriali dell’Unione non può essere considerato un risultato sufficiente.

Il divario tra Nord e Sud

Alla distanza rispetto alle maggiori economie internazionali si aggiunge una frattura interna. La ricerca italiana è distribuita in modo diseguale: opportunità, infrastrutture, finanziamenti e capacità di attrarre imprese innovative risultano concentrate soprattutto in alcune regioni settentrionali e in pochi grandi poli universitari del Centro.

Il Mezzogiorno subisce una doppia perdita. I giovani qualificati si spostano prima verso le università e le imprese del Centro-Nord e poi, in molti casi, verso l’estero. Nel 2024 tutte le regioni meridionali hanno registrato saldi negativi nella mobilità dei giovani laureati, sia nei confronti delle altre aree italiane sia verso altri Paesi.

Eppure nel Sud non mancano università, competenze e gruppi scientifici di qualità. Manca spesso l’ecosistema che dovrebbe circondarli: imprese capaci di assorbire ricerca avanzata, laboratori privati, investitori, servizi, infrastrutture e un mercato del lavoro qualificato.

Il Regional Innovation Scoreboard mostra miglioramenti in diverse regioni meridionali, tra cui Campania, Puglia, Calabria e Sardegna. È un segnale importante, ma per trasformarlo in crescita strutturale occorrono continuità e capacità amministrativa.

La ricerca potrebbe diventare uno dei principali strumenti per ridurre il divario territoriale. Se però i finanziamenti arrivano tardi, vengono frammentati o non generano occupazione stabile, rischiano di produrre soltanto fiammate temporanee.

Dalla pubblicazione al prodotto

Un altro nodo riguarda il trasferimento tecnologico. L’Italia sa produrre conoscenza, ma non sempre riesce a trasformarla in brevetti, startup, processi industriali e servizi pubblici innovativi.

Tra una scoperta di laboratorio e la sua applicazione esiste una fase complessa, costosa e rischiosa. Servono uffici di trasferimento tecnologico competenti, finanziamenti per la validazione, laboratori dimostrativi, sperimentazioni, accesso al capitale e imprese disposte ad accettare l’incertezza.

La debolezza di questi passaggi genera un paradosso: una ricerca può nascere in Italia, essere sviluppata all’estero e tornare nel nostro Paese sotto forma di tecnologia acquistata. In questo modo sosteniamo i costi della formazione iniziale, ma perdiamo una parte consistente del valore economico successivo.

Ciò non significa che ogni progetto scientifico debba produrre immediatamente un bene vendibile. La ricerca di base deve restare libera di esplorare anche ciò che non presenta un’applicazione immediata. Molte delle tecnologie che oggi consideriamo indispensabili – da Internet alle tecniche di diagnostica molecolare – derivano da studi che inizialmente non avevano un rendimento commerciale prevedibile.

Ricerca di base e innovazione industriale non sono alternative: costituiscono due fasi di uno stesso ecosistema.

Sanità, clima, energia e sicurezza: la ricerca è sovranità

Considerare la ricerca una spesa significa non aver compreso il mondo in cui viviamo. Le emergenze sanitarie, il cambiamento climatico, l’inquinamento atmosferico, la transizione energetica, la cybersecurity, l’intelligenza artificiale e la sicurezza alimentare richiedono competenze scientifiche autonome.

La pandemia ha mostrato cosa accade quando tecnologie, componenti e capacità produttive risultano concentrate in pochi Paesi. Lo stesso vale per i semiconduttori, i farmaci innovativi, le batterie, i satelliti, le reti digitali e i sistemi di monitoraggio ambientale.

Un Paese che non investe in ricerca non perde soltanto competitività. Perde la capacità di comprendere i rischi, valutare le evidenze e prendere decisioni indipendenti. Diventa dipendente da brevetti, piattaforme, dati e tecnologie controllati altrove.

La ricerca è quindi una forma di sovranità. Non una sovranità chiusa e nazionalistica, perché la scienza vive di cooperazione internazionale, ma la capacità di partecipare agli scambi mondiali come produttori di conoscenza e non soltanto come acquirenti.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia

Il primo passo dovrebbe essere l’aumento graduale e programmato degli investimenti complessivi in ricerca e sviluppo, con l’obiettivo di avvicinarsi almeno alla media europea. Non attraverso stanziamenti occasionali, ma con un percorso pluriennale protetto dai cambiamenti politici e dalle emergenze di bilancio.

Occorre poi rendere le carriere scientifiche più trasparenti, ridurre la durata della precarietà e portare le retribuzioni dei ricercatori a livelli competitivi. Chi consegue un dottorato non pretende necessariamente un posto garantito, ma ha diritto a regole chiare, selezioni regolari e prospettive verificabili.

Serve una strategia per il rientro dei ricercatori italiani, accompagnata da una vera politica di attrazione dei talenti stranieri. Non bastano incentivi temporanei: occorrono laboratori, autonomia scientifica, fondi di avvio, servizi per le famiglie e procedure amministrative accessibili anche a chi non conosce il sistema italiano.

È inoltre indispensabile rafforzare il rapporto tra università, enti pubblici, ospedali e imprese, evitando che la collaborazione si riduca a una dichiarazione formale. Le aziende devono essere incoraggiate a investire in programmi di lungo periodo e ad assumere dottori di ricerca, mentre gli atenei devono poter trasferire le proprie scoperte senza essere soffocati dalla burocrazia.

Infine, la ricerca deve tornare a essere raccontata come parte integrante della società. La cultura scientifica non serve soltanto agli specialisti. Aiuta i cittadini a distinguere i dati dalle opinioni, riduce lo spazio della disinformazione e rende più consapevoli le decisioni collettive.

L’Italia rischia di diventare un Paese neutro nella ricerca mondiale?

Il rischio esiste. Essere “neutrali” nella ricerca significa assistere alle trasformazioni tecnologiche decise altrove e adattarsi alle loro conseguenze. Significa utilizzare intelligenze artificiali che non abbiamo contribuito a progettare, acquistare cure sviluppate da altri, dipendere da piattaforme estere e inseguire standard industriali scritti senza di noi.

Ma questo destino non è inevitabile.

L’Italia possiede competenze scientifiche, università, enti di ricerca, ospedali, imprese innovative e una tradizione manifatturiera che pochi Paesi possono vantare. I cervelli ci sono. A mancare è soprattutto un ambiente capace di riconoscerli prima che siano costretti ad andarsene.

Dobbiamo smettere di congratularci con gli scienziati italiani soltanto quando ottengono successo all’estero. La domanda da porre non è perché un giovane ricercatore parta: partire è utile, spesso indispensabile. Dovremmo chiederci perché tornare sia tanto difficile e perché uno studioso straniero dovrebbe scegliere l’Italia quando altrove trova condizioni più stabili.

Un Paese industrializzato non può limitarsi a conservare ciò che ha prodotto nel passato. Deve generare conoscenza nuova. La ricerca non è un lusso da finanziare quando avanzano risorse, ma il luogo in cui si costruiscono il lavoro, la salute, la sicurezza e l’autonomia del futuro.

Se l’Italia vuole continuare a considerarsi una delle principali potenze mondiali, deve dimostrarlo anche nei laboratori. Altrimenti resterà grande nella memoria, ma sempre meno rilevante nell’innovazione.

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