Nel 2026 il virus circola in 17 Regioni italiane. Non esistono ancora vaccini o antivirali specifici per l’uomo, ma la ricerca sta sperimentando nuove strategie basate su vaccini inattivati, anticorpi monoclonali e biomarcatori precoci
Il West Nile Virus è ormai una presenza stabile durante le estati italiane ed europee. L’infezione, trasmessa principalmente dalle zanzare comuni del genere Culex, nella maggior parte dei casi non provoca sintomi. In una piccola percentuale di persone, tuttavia, può evolvere in una malattia neurologica grave, soprattutto negli anziani, nei soggetti immunodepressi e nelle persone con patologie croniche.
I dati italiani del 2026 confermano una circolazione molto estesa del virus e un numero rilevante di forme neuro-invasive. Parallelamente, la ricerca sta compiendo progressi nello sviluppo di vaccini e anticorpi monoclonali, anche se nessuna delle nuove soluzioni è ancora disponibile nella pratica clinica.
West Nile Virus: che cos’è e come si trasmette
Il West Nile Virus, abbreviato in WNV, è un virus appartenente alla famiglia dei flavivirus, la stessa che comprende i virus della dengue, della febbre gialla, di Zika e dell’encefalite giapponese.
Il suo ciclo naturale coinvolge principalmente gli uccelli selvatici e le zanzare. Una zanzara si infetta pungendo un uccello portatore del virus e può successivamente trasmetterlo all’uomo o ad altri mammiferi, in particolare ai cavalli.
L’uomo viene considerato un “ospite terminale”, perché la quantità di virus presente nel sangue è generalmente troppo bassa per infettare una nuova zanzara. Il contagio non avviene quindi attraverso il contatto con una persona malata, né tossendo, abbracciandosi o condividendo cibo e bevande.
Sono documentate modalità di trasmissione molto più rare attraverso trasfusioni di sangue, trapianti di organi e, eccezionalmente, durante la gravidanza. Per questo motivo, nelle aree in cui viene rilevata la circolazione del virus vengono attivate specifiche misure di controllo su sangue, organi e tessuti.
West Nile in Italia: la situazione nel 2026
Secondo il bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità aggiornato al 26 agosto 2026, dall’inizio della sorveglianza stagionale sono stati segnalati in Italia 432 casi confermati di infezione da West Nile Virus.
Di questi, 223 hanno sviluppato una forma neuro-invasiva, 144 la febbre West Nile, 63 erano donatori di sangue asintomatici e due presentavano altri sintomi. Sono stati inoltre notificati 17 decessi, uno dei quali relativo a un caso importato. La letalità calcolata sulle forme neuro-invasive confermate è pari al 7,2%, contro il 13,9% osservato nello stesso periodo del 2025.
La circolazione virale è stata dimostrata in 66 Province appartenenti a 17 Regioni: Piemonte, Lombardia, Provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna. Le Regioni con il maggior numero di casi segnalati sono Lombardia, Veneto, Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna. I dati restano comunque preliminari e possono essere aggiornati nei bollettini successivi. Istituto Superiore di Sanità – Bollettino West Nile del 27 agosto 2026
Il confronto con il 2025 deve essere interpretato con cautela. Alla fine di agosto dello scorso anno erano stati registrati 430 casi, quindi un numero complessivo quasi identico, ma con 193 forme neuro-invasive e 27 decessi. Nel 2026, almeno fino a questo momento, risultano dunque più numerosi i casi neurologici ma inferiore la letalità tra questi pazienti.
Un dato importante riguarda la proporzione apparentemente elevata di forme neuro-invasive nei bollettini. Non significa che oltre la metà di tutte le persone contagiate sviluppi una malattia grave. La maggior parte delle infezioni asintomatiche non viene infatti diagnosticata: la sorveglianza individua soprattutto i pazienti che arrivano all’osservazione clinica e i donatori di sangue sottoposti a screening.
La situazione in Europa
La diffusione non riguarda soltanto l’Italia. Al 21 agosto 2026, l’ECDC aveva identificato 625 casi umani autoctoni in 12 Paesi europei e 99 aree interessate dalla trasmissione.
I numeri più elevati erano stati segnalati in Italia, Grecia, Spagna, Macedonia del Nord, Romania e Francia. L’Italia risultava il Paese con il maggior numero di casi notificati alla piattaforma europea.
I dati ECDC possono differire da quelli dell’ISS perché utilizzano date di aggiornamento, procedure di notifica e criteri territoriali differenti. Non devono quindi essere confrontati come se appartenessero allo stesso archivio in tempo reale.
L’espansione geografica del virus è favorita dall’interazione tra temperature elevate, precipitazioni, disponibilità di acque stagnanti, presenza di uccelli serbatoio e densità delle zanzare. Estati più lunghe e calde possono accelerare la replicazione del virus nell’insetto e prolungare la stagione di trasmissione, che in Europa raggiunge generalmente il massimo tra luglio e settembre.
I sintomi del West Nile Virus
Il periodo di incubazione è solitamente compreso tra 2 e 14 giorni dalla puntura della zanzara infetta, anche se può essere più lungo nelle persone immunodepresse.
Circa l’80% delle persone contagiate non presenta alcun sintomo. Nel restante 20% può comparire la cosiddetta febbre West Nile, generalmente autolimitante.
I sintomi più frequenti sono:
- febbre;
- mal di testa;
- stanchezza intensa;
- dolori muscolari e articolari;
- nausea o vomito;
- ingrossamento dei linfonodi;
- eruzione cutanea, soprattutto sul tronco.
Nella maggior parte dei casi i disturbi durano alcuni giorni, ma debolezza e affaticamento possono protrarsi per diverse settimane.
Quando l’infezione diventa neuro-invasiva
In meno di una persona infetta su 150, secondo le stime internazionali, il virus può raggiungere il sistema nervoso centrale e provocare meningite, encefalite o una paralisi flaccida acuta simile a quella causata dalla poliomielite.
I segnali d’allarme comprendono forte mal di testa, rigidità del collo, confusione, sonnolenza anomala, disorientamento, tremori, convulsioni, perdita di equilibrio, debolezza muscolare improvvisa, difficoltà nel parlare o nel muovere un arto, paralisi e perdita di coscienza.
Il rischio aumenta con l’età, soprattutto dopo i 60-65 anni, e nelle persone con tumori, diabete, malattie cardiovascolari o renali, immunodepressione e precedenti trapianti. Anche le terapie che riducono l’attività dei linfociti B, come alcuni farmaci anti-CD20, possono aumentare il rischio di un decorso severo.
Cosa fare in caso di sintomi
Una febbre estiva non deve essere automaticamente attribuita al West Nile Virus. Gli stessi disturbi possono dipendere da numerose infezioni, alcune delle quali richiedono diagnosi e trattamenti differenti.
In presenza di febbre, dolori muscolari, forte stanchezza o rash comparsi dopo numerose punture di zanzara, soprattutto se si vive o si è soggiornato in un’area con circolazione virale, è opportuno contattare il medico di famiglia. Il medico valuterà la necessità di esami specifici, generalmente basati sulla ricerca degli anticorpi IgM nel sangue o, nei casi neurologici, nel liquido cerebrospinale.
È necessario chiamare immediatamente il 112 o il 118 in presenza di confusione, rigidità del collo, convulsioni, perdita di coscienza, paralisi, debolezza improvvisa, difficoltà respiratoria o rapido peggioramento delle condizioni generali.
Non esiste un farmaco da assumere autonomamente per “bloccare” il virus. Nei casi lievi vengono trattati i sintomi con riposo, idratazione e farmaci indicati dal medico. Le forme neuro-invasive richiedono il ricovero ospedaliero e, quando necessario, assistenza respiratoria, controllo delle convulsioni e supporto delle funzioni vitali.
Esistono un vaccino o una cura specifica?
Attualmente non esiste un vaccino contro il West Nile Virus autorizzato per l’uomo, mentre sono disponibili vaccini destinati ai cavalli. Non esiste neppure un antivirale specifico di efficacia dimostrata.
Ribavirina, interferone, immunoglobuline e altri farmaci sono stati studiati nel corso degli anni, ma i risultati clinici sono stati insufficienti o contrastanti. L’assistenza rimane quindi prevalentemente di supporto, come confermato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Ricerca sul vaccino: la sperimentazione HydroVax
Una delle linee di ricerca più avanzate riguarda HydroVax-001B, un vaccino inattivato progettato per indurre anticorpi neutralizzanti senza utilizzare un virus capace di replicarsi.
Nel 2025 è stato avviato un nuovo studio clinico di fase 1 su volontari adulti sani. L’obiettivo è verificare sicurezza, tollerabilità e capacità del vaccino di stimolare una risposta immunitaria. La fase 1 non serve ancora a dimostrare che il prodotto prevenga realmente la malattia nella popolazione.
Si tratta quindi di un progresso concreto, ma preliminare: saranno necessari studi più ampi prima di poter stabilire efficacia, durata della protezione e sicurezza nei soggetti anziani, che rappresentano la popolazione maggiormente esposta alle complicanze.
Anticorpi monoclonali: una nuova prospettiva
Un’importante novità è arrivata nel giugno 2026 da uno studio pubblicato sulla rivista Immunity. Un gruppo internazionale coordinato dall’Institute for Research in Biomedicine di Bellinzona ha analizzato gli anticorpi prodotti da persone guarite dall’infezione.
I ricercatori hanno identificato l’anticorpo monoclonale W010, capace di riconoscere un punto specifico della proteina di rivestimento del virus. Negli esperimenti sui topi, W010 ha fornito protezione sia prima dell’infezione sia quando somministrato fino a cinque giorni dopo l’esposizione.
Un secondo anticorpo, denominato W014, ha mostrato un’attività più ampia contro diversi virus correlati, compresi Usutu, encefalite giapponese, encefalite di Saint Louis ed encefalite della Murray Valley.
Questi risultati potrebbero favorire lo sviluppo di una terapia per i pazienti più fragili e indicare nuovi bersagli per i vaccini. Rimangono però dati preclinici: l’efficacia osservata negli animali deve ancora essere confermata attraverso sperimentazioni sull’uomo.
Diagnosi e biomarcatori: riconoscere prima le forme gravi
La ricerca si sta concentrando anche sull’identificazione precoce dei pazienti destinati a sviluppare complicanze.
Uno studio multicentrico italiano pubblicato nel 2026 ha analizzato alcuni comuni parametri ematologici in 30 pazienti ricoverati con malattia neuro-invasiva. Sono emerse possibili differenze tra le presentazioni prevalentemente neurologiche e quelle simili a una sepsi.
Il campione è ancora troppo piccolo per modificare la pratica clinica, ma lo studio suggerisce che esami del sangue facilmente disponibili potrebbero contribuire, in futuro, alla classificazione precoce del rischio. Saranno necessarie casistiche più numerose e una validazione indipendente.
Come prevenire l’infezione
In assenza di un vaccino, la protezione più efficace consiste nel ridurre le punture di zanzara. È consigliabile utilizzare repellenti autorizzati seguendo le indicazioni riportate sull’etichetta, indossare abiti chiari e coprenti nelle ore serali, installare zanzariere e limitare l’esposizione all’aperto al tramonto e durante la notte, quando le zanzare Culex sono più attive.
È altrettanto importante eliminare regolarmente l’acqua stagnante da sottovasi, secchi, annaffiatoi, tombini, grondaie e contenitori. Anche piccole raccolte d’acqua possono diventare siti di riproduzione.
La disinfestazione, da sola, non è sufficiente. Il controllo efficace richiede un approccio integrato “One Health”, basato sulla sorveglianza delle zanzare, degli uccelli, dei cavalli e dei casi umani, insieme alla protezione di sangue, organi e tessuti destinati alla donazione.
West Nile, un rischio da affrontare senza allarmismi
Il West Nile Virus non rappresenta un’emergenza generalizzata per la maggior parte della popolazione, perché circa otto infezioni su dieci rimangono asintomatiche. I dati del 2026 mostrano però che la circolazione è ormai ampia e che le forme neurologiche possono determinare conseguenze severe.
La priorità rimane proteggere anziani e persone fragili, riconoscere rapidamente i sintomi neurologici e rafforzare la sorveglianza territoriale. Vaccini sperimentali, anticorpi monoclonali e nuovi biomarcatori indicano che la ricerca sta avanzando, ma la prevenzione delle punture resta, oggi, l’unico strumento direttamente disponibile per ridurre il rischio.


