Clima della Groenlandia: cosa rivelano le carote di ghiaccio

Le ricostruzioni climatiche mostrano che circa 8.000 anni fa la Groenlandia attraversò una fase leggermente più calda, provocata da variazioni orbitali lente e naturali. Il confronto con il presente, però, mette in evidenza la rapidità eccezionale del riscaldamento causato dalle emissioni di gas serra.

La Groenlandia è uno degli archivi naturali più importanti per ricostruire la storia climatica della Terra. Nella sua calotta glaciale, strato dopo strato, si conservano informazioni sulle temperature del passato, sulla composizione dell’atmosfera, sulle precipitazioni, sulle eruzioni vulcaniche e sulla circolazione dei venti.

Attraverso numerosi carotaggi effettuati in diverse zone dell’isola, gli scienziati hanno potuto ricostruire l’evoluzione del clima groenlandese lungo migliaia di anni. L’impiego di più carote di ghiaccio è essenziale perché permette di ridurre l’influenza delle oscillazioni locali e di ottenere una rappresentazione più affidabile delle tendenze climatiche regionali.

I risultati indicano che intorno al 6000 a.C., quindi circa 8.000 anni fa, alcune aree della Groenlandia conobbero condizioni climatiche leggermente più calde rispetto a quelle del passato recente. Quel riscaldamento, tuttavia, avvenne molto lentamente e fu determinato principalmente da cambiamenti naturali nella distribuzione stagionale dell’energia solare.

Il fenomeno non può quindi essere utilizzato per ridimensionare l’attuale cambiamento climatico. La differenza fondamentale riguarda la causa, l’estensione geografica e soprattutto la velocità con cui stanno aumentando oggi le temperature.

Come le carote di ghiaccio raccontano il clima del passato

Le carote di ghiaccio sono cilindri estratti perforando in profondità la calotta glaciale. Ogni strato deriva dalla neve caduta e successivamente compressa nel corso del tempo. Più si scende in profondità, più si torna indietro nella storia climatica.

Gli studiosi analizzano in particolare il rapporto tra gli isotopi dell’ossigeno e dell’idrogeno presenti nel ghiaccio. La loro concentrazione varia in relazione alla temperatura esistente nel momento in cui si formarono le precipitazioni. Non si tratta, dunque, di una misurazione diretta paragonabile a quella di un termometro, ma di un indicatore climatico, definito “proxy”.

Le carote contengono inoltre minuscole bolle d’aria rimaste intrappolate durante la trasformazione della neve in ghiaccio. Queste bolle conservano campioni dell’antica atmosfera e consentono di studiare la presenza di anidride carbonica, metano e altri gas.

Polveri, aerosol marini, ceneri vulcaniche e particelle trasportate dai venti aggiungono ulteriori informazioni. Combinando tutti questi elementi, i ricercatori possono ricostruire non soltanto le temperature, ma anche l’evoluzione della circolazione atmosferica, delle precipitazioni e dell’attività vulcanica.

Perché servono numerosi carotaggi

Una singola carota di ghiaccio registra soprattutto ciò che è avvenuto nel luogo in cui è stata estratta. Le precipitazioni, l’altitudine, il vento, la topografia e lo spostamento del ghiaccio possono infatti influenzare il segnale climatico.

Per questa ragione gli scienziati confrontano carote provenienti da diverse aree della Groenlandia. L’integrazione di più serie di dati permette di distinguere le variazioni locali dalle tendenze che hanno interessato una parte più ampia dell’isola.

È un passaggio importante anche per interpretare correttamente i grafici climatici. Una curva costruita utilizzando una sola carota non può essere automaticamente considerata rappresentativa dell’intero pianeta. Può raccontare con grande precisione la storia di una regione, ma non necessariamente quella della temperatura media globale.

La Groenlandia era più calda 8.000 anni fa?

Le ricostruzioni indicano che durante la prima parte dell’Olocene, l’epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa, la Groenlandia attraversò una fase relativamente calda. Il massimo fu raggiunto in periodi differenti a seconda dell’area e dell’indicatore considerato, ma viene generalmente collocato tra circa 10.000 e 6.000 anni fa.

In alcune zone le temperature poterono essere leggermente superiori a quelle medie del XX secolo. Questo fenomeno dipese soprattutto dalle variazioni dei parametri orbitali terrestri, che modificarono la quantità e la distribuzione stagionale della radiazione solare ricevuta alle alte latitudini settentrionali.

Le condizioni orbitali dell’epoca favorivano estati artiche più irradiate. Si trattava però di un processo molto lento, sviluppatosi nell’arco di millenni. Inoltre, il riscaldamento non interessò nello stesso modo tutte le regioni del pianeta e non corrispose a un aumento globale uniforme delle temperature.

Paragonare direttamente quel periodo alla situazione contemporanea rischia quindi di produrre una conclusione fuorviante. Oggi l’aumento termico si sta verificando in pochi decenni, riguarda l’intero sistema climatico ed è alimentato principalmente dall’accumulo atmosferico di gas serra prodotto dalle attività umane.

Periodo minoico, romano e medievale: perché non furono picchi globali

Alcune ricostruzioni riferite alla Groenlandia o all’Europa mostrano oscillazioni associate al cosiddetto periodo caldo minoico, al periodo caldo romano e all’anomalia climatica medievale. Queste espressioni vengono talvolta interpretate come prova dell’esistenza di fasi globali più calde di quella attuale.

Le evidenze paleoclimatiche restituiscono, però, una realtà più complessa. Queste variazioni non si manifestarono contemporaneamente e con la stessa intensità in tutte le regioni della Terra. Furono in larga parte fenomeni regionali, influenzati dalla circolazione oceanica e atmosferica, dall’attività vulcanica e dalla variabilità solare.

Quando si combinano dati provenienti da ghiacci, sedimenti marini e lacustri, coralli e anelli degli alberi distribuiti su più continenti, quei presunti picchi diventano molto meno pronunciati. La temperatura media globale mostra variazioni più contenute e graduali rispetto a quelle osservabili in una singola regione.

L’attuale riscaldamento presenta invece una caratteristica differente: si manifesta su scala planetaria, coinvolgendo continenti e oceani, ed è accompagnato da un aumento molto rapido del contenuto di calore del sistema climatico.

Temperature regionali e temperatura media globale non sono la stessa cosa

Le temperature di una piccola area del pianeta possono oscillare molto più della media globale. Questo principio è particolarmente evidente nelle regioni polari.

Alle alte latitudini intervengono meccanismi di amplificazione climatica. Quando neve e ghiaccio si riducono, le superfici più scure del terreno e dell’oceano assorbono una quantità maggiore di radiazione solare. Il riscaldamento accelera così ulteriormente la fusione: è il meccanismo conosciuto come retroazione dell’albedo.

La Groenlandia risente anche delle variazioni nella circolazione atmosferica e delle correnti dell’Atlantico settentrionale. Le sue temperature possono quindi aumentare o diminuire più rapidamente rispetto alla media mondiale.

Per valutare l’andamento del clima globale occorre utilizzare una rete molto più ampia di informazioni, distribuite geograficamente e integrate con modelli climatici. Uno studio pubblicato su Nature, basato sulla combinazione di dati paleoclimatici e simulazioni, ha ricostruito le temperature terrestri degli ultimi 24.000 anni. I risultati mostrano che la portata e la velocità del riscaldamento avvenuto negli ultimi 150 anni superano le variazioni osservate nel resto del periodo considerato.

Un riscaldamento molto più rapido rispetto al passato

Il clima terrestre è sempre cambiato, ma riconoscere l’esistenza di variazioni naturali non significa che tutti i cambiamenti climatici abbiano la stessa origine.

Le grandi trasformazioni avvenute dalla fine dell’ultima era glaciale furono guidate da processi sviluppatisi nell’arco di migliaia di anni: variazioni orbitali, ritiro delle calotte glaciali, modificazioni della concentrazione dei gas serra e cambiamenti nella circolazione oceanica.

Il riscaldamento contemporaneo si concentra invece in un intervallo temporale estremamente breve. La temperatura media globale è aumentata rapidamente a partire dall’industrializzazione, parallelamente alla crescita delle concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica, metano e protossido di azoto.

Non conta soltanto quanto la temperatura aumenta, ma anche quanto velocemente avviene l’incremento. Ecosistemi, ghiacciai, risorse idriche, agricoltura e città hanno meno tempo per adattarsi quando un cambiamento che normalmente richiederebbe secoli o millenni si concentra in pochi decenni.

Il massimo dell’Olocene potrebbe essere presto superato anche in Groenlandia

Le condizioni relativamente calde registrate in Groenlandia durante la prima parte dell’Olocene non costituiscono un limite irraggiungibile. Il forte riscaldamento osservato negli ultimi decenni sta rapidamente riducendo la distanza rispetto a quel massimo regionale.

La data precisa dell’eventuale superamento dipende dalla zona analizzata, dall’indicatore climatico utilizzato e dallo scenario futuro delle emissioni. Non è quindi scientificamente corretto attribuire a tutta la Groenlandia un unico valore o una scadenza identica.

La direzione del cambiamento, tuttavia, è chiara. Se le emissioni di gas serra resteranno elevate, nel prossimo futuro le temperature groenlandesi potranno superare stabilmente anche i livelli raggiunti durante le fasi naturali più calde dell’Olocene.

Le carote estratte nel 2011 dalla Groenlandia centrale hanno già mostrato che il periodo 2001-2011 è stato il più caldo degli ultimi mille anni nell’area studiata, con una temperatura superiore di circa 1,5 °C rispetto alla media del XX secolo. Il dato evidenzia quanto rapidamente il segnale del riscaldamento antropico stia emergendo dalla variabilità regionale.

Lo scioglimento della Groenlandia e l’aumento del livello del mare

L’aumento delle temperature in Groenlandia ha conseguenze che vanno ben oltre i confini dell’Artico. La calotta contiene una quantità di ghiaccio sufficiente a provocare, se si sciogliesse completamente, un innalzamento medio globale del livello del mare di oltre sette metri. Una fusione totale richiederebbe tempi molto lunghi, ma anche una perdita parziale può produrre effetti rilevanti sulle coste.

La Groenlandia contribuisce già all’innalzamento del livello degli oceani attraverso la fusione superficiale e l’accelerazione del flusso dei ghiacciai verso il mare. La riduzione delle emissioni non serve soltanto a contenere la temperatura atmosferica: può limitare la perdita futura di ghiaccio e diminuire i rischi per le comunità costiere.

Le carote di ghiaccio smentiscono il falso confronto tra passato e presente

La storia climatica della Groenlandia conferma che il clima presenta una variabilità naturale. Ma mostra anche quanto sia improprio utilizzare una fase calda regionale di migliaia di anni fa per negare l’eccezionalità del riscaldamento contemporaneo.

Circa 8.000 anni fa, la Groenlandia beneficiava di una maggiore insolazione estiva dovuta alla configurazione orbitale terrestre. Il riscaldamento si sviluppò lentamente e non rappresentò un fenomeno globale uniforme. Oggi, al contrario, le temperature aumentano rapidamente su scala planetaria sotto la spinta delle emissioni antropiche.

Il messaggio contenuto nel ghiaccio è quindi molto chiaro: il pianeta ha conosciuto numerosi cambiamenti climatici, ma la velocità e l’estensione dell’aumento termico attuale rappresentano una profonda anomalia nella storia degli ultimi 24.000 anni.

Condividi sui social

Articoli correlati