Tumori, scoperto un nuovo bersaglio per frenare le metastasi

Due studi coordinati dall’Università “Gabriele d’Annunzio” indicano nella molecola IL-30 un possibile alleato dei tumori. Bloccarla potrebbe riattivare i linfociti T e ostacolare la diffusione delle cellule maligne verso ossa e polmoni

Una molecola presente in quantità particolarmente elevate nelle metastasi potrebbe diventare un nuovo bersaglio terapeutico contro la diffusione dei tumori e la resistenza all’immunoterapia. Si tratta di IL-27p28, nota anche come IL-30, una proteina capace di interferire con le difese immunitarie e di modificare il microambiente che circonda il tumore.

A descriverne il ruolo sono due studi internazionali coordinati da Emma Di Carlo, docente dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Le ricerche, pubblicate sulle riviste scientifiche Biomedicine & Pharmacotherapy e Molecular Biomedicine, aprono la strada a nuove strategie contro le metastasi, ma si trovano ancora in una fase preclinica.

I risultati, dunque, non indicano una terapia già disponibile per i pazienti, ma identificano un meccanismo biologico sul quale potrebbe essere possibile intervenire in futuro.

Che cos’è IL-30 e perché favorisce i tumori

IL-30 è una molecola coinvolta nella regolazione della risposta immunitaria. In presenza di un tumore, tuttavia, la sua attività può trasformarsi in un vantaggio per le cellule maligne.

I ricercatori hanno riscontrato concentrazioni di IL-30 nettamente superiori nelle metastasi rispetto ai tumori primari. La molecola sembrerebbe svolgere una doppia azione: da una parte indebolisce i linfociti T, dall’altra modifica alcune cellule del microambiente tumorale, creando condizioni favorevoli alla disseminazione del cancro.

Il microambiente tumorale comprende cellule immunitarie, vasi sanguigni, fibroblasti e numerosi segnali molecolari. Non rappresenta quindi un semplice “contenitore” del tumore, ma un sistema dinamico capace di influenzarne crescita, aggressività e risposta ai farmaci.

IL-30 disattiva i linfociti T

Il primo studio si è concentrato sulla capacità del tumore di sottrarsi al controllo del sistema immunitario. IL-30 contribuisce a disattivare progressivamente i linfociti T, le cellule incaricate di riconoscere e distruggere gli elementi anomali.

Questo fenomeno è noto come “esaurimento” o exhaustion dei linfociti T. Quando si verifica, le cellule immunitarie perdono parte della loro efficacia e producono quantità inferiori di molecole fondamentali per la risposta antitumorale, tra cui l’interferone gamma e il fattore di necrosi tumorale alfa, indicato con la sigla TNF-α.

Il tumore riesce così a creare una sorta di barriera immunologica, continuando a crescere e a diffondersi nonostante la presenza delle difese dell’organismo.

Secondo gli studiosi, bloccare IL-30 potrebbe contrastare questo processo, mantenendo più a lungo attivi i linfociti T e rafforzando l’efficacia dell’immunoterapia.

Una possibile combinazione con l’immunoterapia

La prospettiva è studiare in futuro il blocco di IL-30 insieme agli immunoterapici già impiegati in oncologia. Tra le combinazioni citate dai ricercatori vi è quella costituita da nivolumab e relatlimab, utilizzata in determinati pazienti con melanoma metastatico o non operabile.

Entrambi i farmaci agiscono sui cosiddetti checkpoint immunitari, sistemi di controllo che normalmente impediscono una risposta eccessiva delle cellule immunitarie, ma che possono essere sfruttati dal tumore per nascondersi.

L’inibizione di IL-30 potrebbe intervenire su un meccanismo complementare, contribuendo a evitare l’esaurimento dei linfociti T. Prima di parlare di una nuova cura saranno però necessari ulteriori studi, compresi test di sicurezza e sperimentazioni cliniche sull’uomo.

Come IL-30 prepara la strada alle metastasi

Il secondo studio ha ricostruito un ulteriore meccanismo attraverso il quale IL-30 può favorire la progressione tumorale. La molecola è in grado di riprogrammare i fibroblasti, cellule normalmente coinvolte nella struttura e nella riparazione dei tessuti.

Una volta alterati, i fibroblasti presenti vicino al tumore possono produrre segnali e modificare la matrice extracellulare, agevolando la migrazione delle cellule maligne. Si forma così un ambiente favorevole alla disseminazione e alla colonizzazione di altri organi, in particolare il midollo osseo e i polmoni.

Questo processo aiuta a comprendere perché il contrasto alle metastasi non possa concentrarsi esclusivamente sulle cellule tumorali. È necessario intervenire anche sulle cellule sane che, dopo essere state “rieducate” dal tumore, ne sostengono involontariamente la diffusione.

Tumori 3D e organ-on-a-chip per studiare la malattia

Per analizzare l’interazione tra tumore, sistema immunitario e microambiente, il gruppo di ricerca ha utilizzato piattaforme organ-on-a-chip. Si tratta di dispositivi microfluidici progettati per riprodurre in laboratorio alcuni aspetti del funzionamento dei tessuti umani.

All’interno di questi sistemi sono stati integrati tumori biostampati in 3D e strumenti di analisi multi-omica. Quest’ultima combina differenti livelli di informazione biologica, come l’espressione dei geni, le proteine e i processi metabolici, offrendo una visione più completa della malattia.

Le piattaforme organ-on-a-chip consentono di osservare con maggiore precisione il dialogo tra le diverse cellule e di valutare potenziali strategie terapeutiche in modelli più vicini alla biologia umana. Possono inoltre contribuire allo sviluppo di trattamenti personalizzati e, nel lungo periodo, alla riduzione dell’impiego di animali nella sperimentazione.

I precedenti esperimenti con CRISPR-Cas9

I nuovi risultati proseguono un percorso di ricerca già avviato dal gruppo della “Gabriele d’Annunzio”. In precedenti esperimenti preclinici, gli studiosi erano riusciti a spegnere il gene responsabile della produzione di IL-30 attraverso la tecnologia di editing genomico CRISPR-Cas9.

Il sistema era stato somministrato per via endovenosa mediante nanotecnologie progettate per trasportare l’intervento genetico verso il bersaglio. Nei modelli animali, il trattamento aveva rallentato la crescita del tumore, bloccato la formazione delle metastasi e prolungato la sopravvivenza.

Sono risultati promettenti, ma ottenuti in modelli sperimentali. Non dimostrano ancora che la medesima strategia sia efficace e sicura negli esseri umani.

Verso una nanomedicina di precisione

Le ricerche sono state condotte nel Dipartimento di Medicina e Scienze dell’Invecchiamento e nell’Unità di Anatomia patologica e Immuno-oncologia del CAST, il Center for Advanced Studies and Technology dell’ateneo abruzzese. Hanno contribuito, tra gli altri, Cristiano Fieni, Simona Marchetti, Stefania Ciummo e Carlo Sorrentino.

«I nostri studi dimostrano che IL-30 gioca un ruolo chiave nel consentire al tumore di eludere le difese immunitarie e di colonizzare organi vitali come ossa e polmoni», spiega Emma Di Carlo.

Il gruppo sta lavorando, attraverso collaborazioni internazionali e il supporto di partner farmaceutici, allo sviluppo di una nanomedicina di precisione diretta contro IL-30.

L’obiettivo è studiarne la possibile applicazione non soltanto nel melanoma e nel tumore della prostata, ma anche nelle forme più aggressive di carcinoma mammario, comprese quelle HER2-positive e triplo-negative.

Una scoperta promettente, ma ancora preclinica

L’identificazione di IL-30 come possibile bersaglio offre una nuova chiave per affrontare due tra i maggiori problemi dell’oncologia: la formazione delle metastasi e la capacità dei tumori di resistere alle difese immunitarie.

La prospettiva è sviluppare trattamenti personalizzati in grado di colpire contemporaneamente la cellula tumorale e l’ambiente che ne sostiene la diffusione. Il passaggio dai modelli sperimentali alla pratica clinica richiederà, tuttavia, studi approfonditi e tempi ancora non definibili.

Il valore della scoperta risiede soprattutto nell’aver individuato un punto di collegamento tra immunosoppressione e disseminazione metastatica. Colpire IL-30 potrebbe quindi offrire, in futuro, una strategia per impedire alle cellule tumorali di spegnere il sistema immunitario e preparare nuovi organi alla loro colonizzazione.

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