Lo studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017 dimostra che sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con blinatumomab può migliorare le prospettive di cura nei pazienti pediatrici ad alto rischio, limitando anche gli effetti collaterali più gravi
Una nuova strategia terapeutica potrebbe cambiare il trattamento della leucemia linfoblastica acuta pediatrica ad alto rischio. Sostituire due cicli di chemioterapia intensiva con altrettanti cicli di immunoterapia a base di blinatumomab ha infatti ridotto quasi della metà le ricadute, diminuendo contemporaneamente la frequenza degli effetti collaterali gravi.
È quanto emerge dallo studio internazionale AIEOP-BFM ALL 2017, condotto tra il 2018 e il 2023 con la partecipazione di oltre cento centri in otto Paesi europei ed extraeuropei. I risultati, pubblicati sul New England Journal of Medicine, aprono nuove prospettive per i bambini e gli adolescenti affetti da una forma di leucemia particolarmente esposta al rischio di recidiva.
In Italia la sperimentazione è stata realizzata attraverso la rete dell’Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica, AIEOP, che ha affidato alla Fondazione Tettamanti di Monza il ruolo di Centro nazionale di coordinamento.
Leucemia infantile: immunoterapia al posto della chemio più aggressiva
La leucemia linfoblastica acuta, nota anche con la sigla LLA, è il tumore del sangue più frequente nell’età pediatrica. Grazie ai progressi compiuti negli ultimi decenni, oggi nei Paesi industrializzati circa il 90% dei bambini colpiti può ottenere una guarigione a lungo termine.
Non tutti i pazienti, tuttavia, presentano lo stesso andamento clinico. Circa un bambino su cinque viene classificato nella categoria ad alto rischio, perché alcune caratteristiche biologiche, genetiche o legate alla risposta iniziale alle cure indicano una maggiore probabilità di ricaduta.
Per prevenire la recidiva, questi pazienti sono stati finora sottoposti a regimi chemioterapici particolarmente intensivi. Cure indispensabili, ma associate a un rischio significativo di infezioni, tossicità d’organo e altre complicanze severe, in alcuni casi potenzialmente letali.
Lo studio AIEOP-BFM ALL 2017 ha valutato una possibilità innovativa: eliminare due cicli di chemioterapia ad alta intensità e sostituirli con due cicli di immunoterapia mirata mediante blinatumomab.
Il confronto ha mostrato che questa strategia può quasi dimezzare il numero delle recidive e ridurre in misura significativa le complicanze più gravi legate alla chemioterapia intensiva.
Come funziona il blinatumomab
Il blinatumomab è un anticorpo bispecifico progettato per aiutare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule leucemiche.
Il farmaco agisce come un collegamento tra due diversi tipi di cellule: da una parte intercetta i linfociti T, fondamentali per le difese immunitarie; dall’altra si lega alle cellule tumorali che esprimono sulla propria superficie la proteina CD19, tipica della leucemia linfoblastica acuta di tipo B.
Avvicinando fisicamente i linfociti T alle cellule leucemiche, il blinatumomab facilita l’attivazione della risposta immunitaria contro il tumore. In questo modo il sistema immunitario del paziente diventa parte attiva del trattamento.
La ricerca dimostra quindi che l’immunoterapia non deve essere considerata soltanto come una soluzione per i pazienti che hanno già avuto una ricaduta. Può essere integrata più precocemente nel percorso di cura, sostituendo una parte dei trattamenti chemioterapici più tossici.
Più possibilità di guarigione e minore tossicità
L’importanza dello studio non riguarda esclusivamente la riduzione delle recidive. Uno degli obiettivi principali dell’oncologia pediatrica moderna è infatti aumentare le probabilità di guarigione limitando, nello stesso tempo, gli effetti immediati e tardivi delle terapie.
La chemioterapia intensiva può provocare infezioni severe, danni a diversi organi e conseguenze che possono manifestarsi anche a distanza di anni. Nei bambini, che dopo la guarigione hanno davanti una lunga aspettativa di vita, la riduzione della tossicità rappresenta un risultato clinico particolarmente rilevante.
«L’obiettivo di questo importante studio era tentare di migliorare ulteriormente le probabilità di guarigione, riducendo per quanto possibile la tossicità delle cure sui bambini e il loro impatto sulle famiglie», ha spiegato Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Tettamanti e principal investigator italiano della sperimentazione.
Secondo i ricercatori, i risultati rafforzano la possibilità di integrare l’immunoterapia sempre prima e in maniera più efficace nella cura della leucemia linfoblastica acuta pediatrica. La direzione è quella di costruire trattamenti più selettivi e personalizzati, capaci di colpire le cellule tumorali risparmiando maggiormente i tessuti sani.
Una ricerca internazionale coordinata in Italia da Monza
Lo studio nasce dalla collaborazione pluridecennale tra AIEOP e il gruppo Berlin-Frankfurt-Münster per la leucemia linfoblastica acuta, BFM. La partnership scientifica, avviata con un primo protocollo internazionale nel 1998, ha consentito all’Italia di partecipare allo sviluppo di numerosi programmi di ricerca dedicati alla leucemia pediatrica.
La rete italiana dei centri AIEOP è coordinata, per l’area della leucemia linfoblastica acuta, dalla Clinica pediatrica di Monza della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori e dell’Università di Milano-Bicocca, con il sostegno del Centro di ricerca Tettamanti e della Fondazione Maria Letizia Verga.
La Fondazione Tettamanti, nominata National Coordinating Center per l’Italia, ha curato il project management del protocollo, la farmacovigilanza, le visite presso i centri partecipanti, la copertura assicurativa, le analisi statistiche e l’elaborazione dei dati. L’impegno economico sostenuto ha superato 1,2 milioni di euro l’anno.
Un ruolo importante è stato svolto anche dal Centro di Oncologia pediatrica dell’Università di Padova e dalla Fondazione Città della Speranza, impegnati nelle attività centralizzate di diagnosi e monitoraggio delle leucemie diagnosticate nei bambini e negli adolescenti italiani.
La ricerca è stata sostenuta, tra gli altri, dalla Deutsche Krebshilfe, dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, dalla Fondazione Maria Letizia Verga, dalla Fondazione Tettamanti, dalla Fondazione Città della Speranza, dalla Israel Cancer Association, dalla Chaim Association e dal Ministero della Salute della Repubblica Ceca.
Che cos’è la leucemia linfoblastica acuta
La leucemia linfoblastica acuta è un tumore del sangue che ha origine dai precursori dei linfociti, cellule del sistema immunitario coinvolte nella difesa dell’organismo.
La malattia è caratterizzata dalla proliferazione incontrollata di cellule immature, chiamate blasti, che si accumulano nel midollo osseo e interferiscono con la normale produzione delle cellule del sangue. Possono inoltre diffondersi nel sangue e, in alcuni casi, raggiungere altri organi.
Il termine “acuta” indica la rapidità con cui la malattia può progredire in assenza di cure. In base alla popolazione cellulare da cui ha origine, la leucemia linfoblastica acuta viene distinta principalmente nelle forme di tipo B e di tipo T.
Sintomi come pallore, stanchezza persistente, febbre, infezioni ricorrenti, sanguinamenti, comparsa frequente di lividi e dolori ossei possono essere associati alla malattia, ma non sono specifici. La diagnosi richiede esami del sangue, analisi del midollo osseo e approfondimenti immunologici, molecolari e genetici.
I tumori pediatrici in Italia
Secondo i dati richiamati dalla Fondazione Tettamanti e attribuiti al Ministero della Salute, in Italia vengono diagnosticati ogni anno circa 1.400 nuovi tumori nei bambini tra zero e 14 anni. Altri 600-800 casi interessano adolescenti e giovani tra i 14 e i 20 anni.
Nel complesso, la sopravvivenza dei bambini colpiti da un tumore è passata da circa il 30% negli anni Sessanta a circa l’80% nell’ultimo decennio. Nel caso della leucemia linfoblastica acuta, i tassi di guarigione raggiungono oggi approssimativamente il 90%, anche se rimane più complessa la situazione dei pazienti classificati ad alto rischio.
Proprio per questi bambini, i risultati dello studio AIEOP-BFM ALL 2017 rappresentano un progresso rilevante. Non si tratta di eliminare completamente la chemioterapia, ma di ridurne le componenti più aggressive attraverso l’integrazione di farmaci capaci di mobilitare in maniera mirata il sistema immunitario.
La prospettiva è quella di una cura non soltanto più efficace contro la leucemia, ma anche più sostenibile per il bambino e per la sua famiglia, con meno complicanze e un minore rischio di conseguenze a lungo termine.

