La crescita delle infrastrutture digitali solleva interrogativi che vanno oltre energia e acqua. Anche le sostanze utilizzate nei sistemi di raffreddamento e nella produzione dei componenti devono entrare nel bilancio ambientale dell’AI.
La corsa all’intelligenza artificiale sta accelerando la costruzione di nuovi data center, le infrastrutture che ospitano i server necessari per archiviare ed elaborare enormi quantità di informazioni. Un’espansione sostenuta da grandi investimenti, ma accompagnata da preoccupazioni per le conseguenze sui territori.
Consumi elettrici, emissioni di gas serra, fabbisogno idrico e occupazione di suolo sono al centro del dibattito. Esiste però un altro aspetto da considerare: il possibile impiego di PFAS nella filiera dei data center, dalla produzione dei semiconduttori ad alcune tecnologie di raffreddamento.
PFAS, perché si parla di “inquinanti eterni”
I PFAS, sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, comprendono una vasta famiglia di composti utilizzati in numerose applicazioni industriali. L’espressione “inquinanti eterni” richiama la loro elevata persistenza ambientale: una caratteristica che rende fondamentale prevenire le dispersioni e valutare la gestione dei materiali durante tutto il loro ciclo di vita.
Il tema riguarda anche le infrastrutture digitali. Come documenta Schneider Electric, alcune tecnologie di raffreddamento a immersione e alcuni sistemi bifase direttamente collegati ai chip utilizzano fluidi appartenenti alla famiglia dei PFAS.
Raffreddamento dei server: le tecnologie fanno la differenza
I server producono calore e devono essere mantenuti entro temperature compatibili con il corretto funzionamento. La scelta del sistema di raffreddamento incide quindi sulle prestazioni dell’impianto e sulla sua impronta ambientale.
Non tutti i data center utilizzano fluidi refrigeranti contenenti PFAS. Esistono, per esempio, soluzioni di raffreddamento diretto dei chip che impiegano miscele di acqua e glicole. Occorre però valutare anche gli altri circuiti e componenti dell’infrastruttura: l’assenza di PFAS nel fluido a contatto con i chip non dimostra automaticamente che l’intero impianto ne sia privo.
Anche il riferimento agli impianti antincendio richiede precisione: la possibile presenza di sostanze fluorurate dipende dall’agente estinguente e dalla tecnologia adottata, e deve essere verificata sul singolo progetto.
Impatto ambientale dell’AI: serve valutare tutta la filiera
La presenza di PFAS in un materiale o in un processo produttivo non equivale, da sola, alla dimostrazione di una contaminazione ambientale. Per stimare il rischio servono informazioni sulle sostanze utilizzate, sulle quantità, sulle possibili vie di rilascio e sulle modalità di recupero e smaltimento.
La valutazione dovrebbe quindi comprendere la produzione dei componenti, il funzionamento degli impianti, la manutenzione e la gestione delle apparecchiature a fine vita. Fermarsi ai consumi energetici del data center rischia di lasciare fuori una parte del suo impatto.
Chi misura il costo ambientale dei data center?
La domanda riguarda la trasparenza delle scelte industriali. Quali sostanze vengono impiegate? Quali alternative sono disponibili? Come vengono prevenute le perdite e gestiti i materiali esausti?
Per valutare la sostenibilità dell’intelligenza artificiale, questi interrogativi devono affiancare quelli sull’origine dell’elettricità e sul consumo d’acqua. La crescita digitale richiede un bilancio ambientale completo, capace di rendere visibili anche i costi chimici delle infrastrutture che la sostengono.



