La diffusione in Italia e in Europa, le terapie disponibili e gli studi che stanno approfondendo il trattamento delle forme più gravi
La legionella può provocare una polmonite grave, ma una diagnosi tempestiva e una terapia antibiotica appropriata permettono di trattare efficacemente molti casi. La difficoltà è riconoscerla: all’esordio può assomigliare ad altre infezioni respiratorie e richiede esami specifici. Per contenerne la diffusione è altrettanto importante controllare gli impianti idrici nei quali il batterio può moltiplicarsi e raggiungere le persone attraverso minuscole gocce d’acqua disperse nell’aria.
Le ricerche più recenti stanno approfondendo quali schemi antibiotici utilizzare nelle forme severe e quali caratteristiche rendano alcuni pazienti particolarmente vulnerabili. Accanto alle cure consolidate si studiano nuovi impieghi di antibiotici e possibili interventi sulla risposta immunitaria, con livelli di evidenza molto diversi.
Che cos’è la legionella e come si trasmette
Legionella è un genere di batteri; la specie più frequentemente responsabile della malattia è Legionella pneumophila. La legionellosi comprende principalmente due manifestazioni: la malattia del legionario, caratterizzata da polmonite, e la febbre di Pontiac, una sindrome simil-influenzale senza polmonite che generalmente si risolve spontaneamente. OMS, scheda sulla legionellosi.
Il contagio avviene soprattutto inalando aerosol di acqua contaminata, prodotti per esempio da docce, vasche idromassaggio, fontane o torri di raffreddamento. Più raramente può verificarsi quando acqua contaminata entra accidentalmente nelle vie respiratorie durante la deglutizione, un fenomeno chiamato aspirazione. Bere acqua non equivale quindi, di per sé, alla modalità abituale di contagio.
La trasmissione tra persone non rappresenta la normale via di diffusione. Va inoltre chiarito il ruolo del condizionamento: i comuni climatizzatori domestici e automobilistici che non utilizzano acqua per raffreddare l’aria non sono le sorgenti tipiche di legionella. Il rischio riguarda invece particolari impianti che impiegano acqua e possono disperderla in aerosol.
Una volta raggiunti i polmoni, il batterio può moltiplicarsi nei macrofagi, cellule che normalmente contribuiscono alla difesa dalle infezioni. Questa capacità di vivere all’interno delle cellule aiuta a spiegare perché la scelta dell’antibiotico debba essere mirata.
Quanto è diffusa in Italia e in Europa
Il rapporto dell’Istituto superiore di sanità sui casi italiani del 2024 registra 4.627 notifiche, con un incremento del 18% rispetto all’anno precedente e un’incidenza di 78,5 casi per milione di abitanti, equivalente a 7,85 ogni 100.000. Il 75,4% dei pazienti aveva almeno 60 anni e il 65,3% era di sesso maschile.
L’82,6% dei casi è stato classificato come comunitario, senza una specifica esposizione identificata nelle categorie di sorveglianza: questo non significa che sia stata dimostrata un’origine domestica. L’ISS segnala inoltre una possibile sottodiagnosi e sottonotifica, che limita il confronto tra territori.
Anche i decessi vanno interpretati correttamente: l’esito era disponibile soltanto per il 45,2% dei casi. In questo sottogruppo sono stati registrati 284 decessi, pari al 13,6%. La percentuale non va estesa automaticamente a tutte le infezioni.
Nel rapporto ECDC sul 2024, pubblicato il 27 maggio 2026, il tasso di notifica nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo è salito a 3,4 casi ogni 100.000 abitanti, contro 3,2 nel 2023. Italia, Francia, Germania e Spagna hanno rappresentato insieme il 71% delle notifiche. Sono dati annuali riferiti al 2024: non costituiscono un conteggio dei casi del 2026. ECDC, rapporto epidemiologico 2024.
L’attualità del problema è confermata anche da indagini più recenti. Nel settembre 2026 il Dipartimento della salute di New York ha avviato accertamenti su un cluster nel South Bronx e il 13 settembre ha comunicato l’ordine di bonifica di dieci torri di raffreddamento risultate positive ai test preliminari. L’autorità ha precisato che rilevare DNA batterico con la PCR non dimostra, da solo, né la presenza di batteri vivi né che un impianto sia la fonte dei contagi.
Sintomi della legionella e persone più esposte
I sintomi possono comparire generalmente tra due e quattordici giorni dall’esposizione, talvolta più tardi. Febbre, tosse, dolori muscolari, mal di testa e difficoltà respiratoria sono le manifestazioni principali; possono accompagnarsi a diarrea, nausea e confusione. Nessuno di questi segnali, isolatamente, permette di riconoscere con certezza la legionellosi.
Il rischio aumenta con l’età, il fumo e la presenza di malattie croniche o di difese immunitarie ridotte. Particolare attenzione riguarda chi soffre di patologie respiratorie, i trapiantati e le persone sottoposte a trattamenti immunosoppressivi. La maggior parte delle persone sane esposte al batterio non si ammala. OMS, fattori di rischio.
Una difficoltà respiratoria importante, confusione o un rapido peggioramento richiedono una valutazione urgente. In presenza di una polmonite è utile riferire al medico recenti soggiorni in albergo, ricoveri o altre esposizioni potenzialmente rilevanti: queste informazioni possono orientare gli esami. CDC, indicazioni cliniche.
Come si diagnostica la legionellosi
La radiografia può documentare una polmonite, ma per identificarne la causa servono test microbiologici. L’antigene urinario è rapido e molto utilizzato; i test convenzionali rilevano soprattutto Legionella pneumophila di sierogruppo 1. Un risultato negativo, pertanto, non esclude tutte le infezioni da legionella.
Nelle indicazioni aggiornate a maggio 2026, i CDC raccomandano di associare l’antigene urinario a un esame su campioni delle basse vie respiratorie, mediante coltura o test molecolari, come la PCR. Questo approccio permette di ampliare la ricerca ad altre specie o sierogruppi, a seconda del metodo impiegato.
La coltura richiede più tempo, ma offre un vantaggio per la sanità pubblica: consente di confrontare i batteri isolati dal paziente con quelli recuperati nell’ambiente durante l’indagine su un focolaio. Quando possibile, i campioni vanno raccolti prima degli antibiotici, senza però ritardare l’inizio di una terapia necessaria. CDC, diagnostica di laboratorio aggiornata al 2026.
Quali sono le terapie disponibili
La polmonite da legionella si cura con antibiotici capaci di raggiungere il batterio anche all’interno delle cellule. Tra le opzioni principali figurano i macrolidi, in particolare l’azitromicina, e i fluorochinoloni respiratori, soprattutto la levofloxacina. La scelta dipende dalla gravità, dalle condizioni del paziente, dalle controindicazioni e dalle interazioni con altri farmaci.
Nelle forme severe può essere necessaria la somministrazione endovenosa. La durata viene adattata all’evoluzione clinica: nei pazienti immunodepressi sono spesso necessari cicli più lunghi, che possono arrivare a circa tre settimane. Il confronto tra un antibiotico e una combinazione resta oggetto di studio soprattutto in terapia intensiva.
Se la polmonite compromette gli scambi respiratori, il trattamento comprende ossigeno e, nei casi più gravi, supporto ventilatorio. La ripresa può richiedere settimane anche dopo il controllo dell’infezione. Il ricovero viene deciso sulla base delle condizioni complessive, senza affidarsi soltanto al nome del microrganismo identificato.
Diverso è il caso della febbre di Pontiac, per la quale gli antibiotici non sono indicati: generalmente si risolve entro una settimana. Distinguere le due manifestazioni evita di considerare ogni esposizione o ogni sindrome febbrile come una polmonite da trattare.
Gli studi recenti sulle cure e sulle forme gravi
Uno o due antibiotici: il confronto pubblicato nel 2026
Uno studio coordinato da Manon Bouteiller, pubblicato su Critical Care il 28 febbraio 2026, ha analizzato retrospettivamente 93 pazienti ricoverati in cinque centri francesi tra il 2017 e il 2022. Tredici avevano ricevuto una monoterapia, prevalentemente con fluorochinoloni, e 80 una combinazione.
La mortalità a 28 giorni è stata del 15,4% nel primo gruppo e del 12,5% nel secondo, senza una differenza statisticamente significativa. Non sono emerse differenze significative neppure per alcuni altri esiti, tra cui durata della ventilazione e permanenza in terapia intensiva.
Il risultato merita attenzione, ma non dimostra che i trattamenti siano equivalenti: lo studio è osservazionale, i gruppi sono molto sbilanciati e quello in monoterapia è piccolo. Gli stessi autori chiedono studi prospettici e randomizzati prima di formulare conclusioni più solide.
I fattori che influenzano la prognosi: uno studio del 2025
Su Pneumonia, il 25 agosto 2025, Anaïs Dartevel e colleghi hanno pubblicato una ricerca su 162 pazienti assistiti in dodici terapie intensive francesi tra il 2014 e il 2019. Il 58% aveva richiesto ventilazione meccanica invasiva e la mortalità a 28 giorni era stata circa il 12%.
L’età e la compromissione degli organi, valutata attraverso il punteggio clinico SOFA nelle prime 48 ore, risultavano associate alla mortalità. Lo studio aiuta a comprendere quali elementi seguire nei pazienti critici, ma non consente di attribuire il risultato a un singolo antibiotico. Inoltre, riguarda una popolazione selezionata di pazienti gravi e dati raccolti diversi anni prima della pubblicazione. Dartevel e colleghi, Pneumonia, 2025.
Lascufloxacina e nuove esperienze cliniche
Tra i farmaci oggetto di nuove osservazioni compare la lascufloxacina, un fluorochinolone utilizzato in Giappone. Nel marzo 2025 Jun Hirai, su Cureus, ha descritto la guarigione di un paziente di 49 anni con polmonite da legionella, clinicamente stabile e seguito ambulatorialmente con controlli ravvicinati.
La pubblicazione è un case report, cioè la descrizione di un singolo caso. Documenta un’esperienza favorevole, ma non prova la superiorità del farmaco rispetto alle terapie consolidate e non basta a generalizzare la sicurezza del trattamento a domicilio. Servono casistiche più ampie e confronti controllati per valutarne meglio il ruolo. Hirai, Cureus, 2025.
La ricerca sulla risposta immunitaria
Un altro filone cerca di capire perché l’infezione provochi un danno tanto intenso in alcuni pazienti. Uno studio di Camille Allam e colleghi, pubblicato nel 2023 su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, ha coinvolto 92 ricoverati, con analisi immunologiche effettuate in diversi sottogruppi.
I ricercatori hanno osservato che le forme gravi possono presentare sia una forte infiammazione sia una ridotta capacità di risposta di alcune componenti immunitarie, definita immunoparalisi. Questo suggerisce che il danno dipenda anche dal modo in cui l’organismo reagisce all’infezione.
Gli autori propongono di approfondire la possibilità di identificare pazienti candidabili, in futuro, a terapie dirette alla risposta dell’ospite. Si tratta di una prospettiva di ricerca: lo studio non ha dimostrato l’efficacia di una nuova immunoterapia e non giustifica l’impiego autonomo di immunostimolanti o immunosoppressori. Allam e colleghi, 2023.
Esiste un vaccino contro la legionella?
Non è disponibile un vaccino per prevenire la legionellosi. La protezione si basa quindi sul contenimento dell’esposizione, sulla gestione degli impianti e sull’identificazione tempestiva dei casi. Le prospettive di ricerca non sostituiscono queste misure già applicabili. OMS, prevenzione della legionellosi.
La prevenzione comincia dalla gestione dell’acqua
Le condizioni favorevoli alla proliferazione comprendono acqua tiepida, ristagno, depositi e biofilm, cioè comunità microbiche aderenti alle superfici interne degli impianti. La prevenzione richiede una valutazione del rischio e una gestione continuativa, particolarmente importante in ospedali, strutture assistenziali e alberghi. CDC, programmi di gestione dell’acqua.
Controllare le temperature, limitare i ristagni, mantenere puliti gli impianti e verificare l’efficacia dei trattamenti sono attività complementari. Le misure tecniche devono essere definite da personale competente, tenendo conto anche della protezione dalle ustioni. Il monitoraggio dei parametri dell’impianto aiuta a riconoscere condizioni favorevoli al batterio; per ricercare la legionella servono analisi microbiologiche appropriate.
Individuare il microrganismo nel paziente e ricercarne la possibile origine ambientale sono attività collegate. La diagnosi permette di scegliere la cura; l’indagine sull’esposizione e gli interventi sull’impianto possono proteggere altre persone che frequentano gli stessi ambienti.


