Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Padova individua due caratteristiche presenti alla diagnosi che aiutano a distinguere le pazienti con un rischio residuo più elevato. I risultati del progetto GAMBIT sono stati pubblicati su Nature Communications.
Ottenere una risposta completa alle terapie prima dell’intervento è una delle notizie più favorevoli per una paziente con tumore al seno triplo negativo. Eppure, anche quando all’esame dei tessuti operati non restano tracce di malattia invasiva, il rischio di recidiva non è identico per tutte. Uno studio del network internazionale GAMBIT, coordinato dall’Università di Padova, ha individuato un sottogruppo che richiede maggiore attenzione nella ricerca clinica.
Il risultato nasce dall’analisi retrospettiva dei dati di 2.457 pazienti trattate in 18 centri europei. Lo studio, firmato come primo autore da Davide Massa e pubblicato su Nature Communications, ha esaminato pazienti con carcinoma mammario triplo negativo o con tumori HER2 negativi a bassa espressione dei recettori estrogenici. Di queste, 1.192 avevano raggiunto una risposta patologica completa; per 690 erano disponibili anche i dati sui linfociti infiltranti il tumore.
Che cos’è la risposta patologica completa
Il carcinoma mammario triplo negativo rappresenta circa il 10-15% dei tumori della mammella. La definizione indica l’assenza dei recettori estrogenici e progestinici e della sovraespressione di HER2, caratteristiche che orientano la scelta dei trattamenti.
Nelle forme precoci, le terapie possono essere somministrate prima della chirurgia. Se dopo l’intervento l’esame patologico non rileva più tumore invasivo nella mammella e nei linfonodi, si parla di risposta patologica completa. È un risultato associato a una prognosi generalmente favorevole, ma non equivale alla certezza che la malattia non tornerà.
Linfonodi e linfociti: i due indizi del rischio residuo
I ricercatori hanno combinato due informazioni disponibili alla diagnosi: la presenza clinica di linfonodi ascellari coinvolti e la quantità di linfociti infiltranti il tumore, cellule immunitarie presenti nel tessuto tumorale e circostante. Nello studio, una quantità di linfociti inferiore al 30% è stata classificata come bassa.
Tra le pazienti con risposta patologica completa e dati disponibili sui linfociti, quelle con linfonodi positivi e pochi linfociti mostravano una sopravvivenza libera da recidiva a distanza a cinque anni dell’83,4%. Negli altri gruppi, il valore superava il 95%. Il sottogruppo a maggior rischio rappresentava circa il 29% delle pazienti con risposta completa per cui era possibile valutare entrambi i fattori.
Per Maria Vittoria Dieci, docente dell’Università di Padova e responsabile scientifica di GAMBIT, la risposta patologica completa rimane un risultato fortemente favorevole. La ricerca mostra, tuttavia, che le pazienti che raggiungono questo traguardo non condividono tutte la stessa prognosi.
Recidive nel sistema nervoso centrale: cosa emerge dallo studio
Nel sottogruppo a maggior rischio, l’incidenza cumulativa di recidiva nel sistema nervoso centrale a cinque anni è risultata del 7,5%; nel 6,9% dei casi la recidiva si è presentata inizialmente solo in quella sede. Il dato suggerisce un’area da approfondire negli studi sul monitoraggio e sulle strategie terapeutiche dopo la risposta completa. Non dimostra, da solo, che ogni paziente debba sottoporsi a nuovi esami cerebrali o modificare le cure.
GAMBIT riunisce 42 istituzioni di diversi Paesi e mette in comune dati clinici e competenze che i singoli centri difficilmente potrebbero raccogliere da soli. La ricerca è promossa dal Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Oncologiche e Gastroenterologiche dell’Università di Padova, nel gruppo di Oncologia diretto da Valentina Guarneri; gli studi di Dieci sono sostenuti da Fondazione AIRC.
Gli autori ricordano che l’analisi è retrospettiva e che la valutazione dei linfociti non era disponibile per tutte le pazienti. Servono ulteriori conferme, anche nelle persone trattate con i regimi più recenti, prima di usare questi risultati per cambiare i percorsi di cura. Intanto, lo studio offre una base per progettare sperimentazioni più mirate sul rischio di recidiva nel tumore al seno triplo negativo.


