Comprendere ciò che accade al proprio corpo senza affrontarlo da soli è il bisogno che deve guidare il dialogo tra bambino, genitori e curanti
Un bambino può non conoscere il nome della propria malattia, ma sapere che qualcosa è cambiato. Lo avverte nelle visite frequenti, nelle medicine, nelle assenze da scuola e nelle preoccupazioni degli adulti. Quando si parla di comunicazione della malattia cronica nei bambini, il punto di partenza è questa esperienza: il bambino vive già una realtà alla quale potrebbe non riuscire a dare un significato.
La questione, allora, è come aiutarlo a comprenderla. Quanto spiegare? Quali parole scegliere? Come proteggerlo dalla paura senza lasciarlo solo con le sue domande? La ricerca sulla comunicazione pediatrica e la riflessione clinica offrono indicazioni utili, purché siano riferite alla situazione del singolo bambino.
Che cosa chiedono i bambini agli adulti
Lin e colleghi (2020) hanno analizzato 101 articoli di 25 Paesi, con 1.870 partecipanti che avevano ricevuto una diagnosi oncologica in età pediatrica. La revisione sistematica esplora come i pazienti vivono la comunicazione durante la cura.
Nei racconti analizzati, una comunicazione concentrata esclusivamente sugli adulti poteva far sentire i giovani pazienti invisibili, esclusi o privi di controllo. Al contrario, spiegazioni comprensibili, sincerità e possibilità di esprimere le proprie preoccupazioni erano associate a un senso di fiducia e sicurezza. Emergeva però anche il timore di essere caricati di responsabilità per le quali non si sentivano pronti.
La protezione più evoluta non consiste necessariamente nel tenere il bambino lontano dalla verità della malattia. Può consistere nel fare in modo che egli non debba incontrarla da solo. “Non tutto, ma qualcosa di vero.”
Questi risultati suggeriscono una distinzione: un bambino può volere spiegazioni su una procedura e affidarsi agli adulti per le decisioni difficili. Ascoltarlo e informarlo permette di riconoscerne il ruolo, mantenendo il sostegno di cui ha bisogno. Poiché la revisione riguarda l’oncologia pediatrica, le sue conclusioni non possono essere estese automaticamente a tutte le malattie croniche.
La prospettiva psicodinamica: dare significato alla malattia
La prospettiva psicodinamica considera il significato emotivo che la malattia assume per il bambino e nella relazione con i genitori. Un esame doloroso può essere vissuto come una punizione; il bisogno di cure può suscitare il timore di essere fragili o diversi. Sono possibilità da esplorare attraverso l’ascolto, senza attribuire al bambino fantasie che non ha espresso.
Domande come «Che cosa pensi che stia succedendo?» aiutano a conoscere la sua interpretazione. Se emerge l’idea di essersi ammalato per qualcosa che ha fatto, occorre affrontarla esplicitamente: spiegare il funzionamento di un organo potrebbe non sciogliere il senso di colpa. La comunicazione acquista così una funzione di elaborazione: permette di collegare ciò che accade nel corpo a pensieri ed emozioni che possono essere condivisi.
Un riferimento teorico è il concetto di contenimento emotivo elaborato da Bion. L’adulto accoglie un’esperienza che il bambino fatica a tollerare e lo aiuta a renderla comprensibile. Applicato al dialogo sulla malattia, questo concetto invita a riconoscere la paura e a darle parole, mantenendo una presenza affidabile. È una lettura clinica della relazione, distinta dai risultati degli studi sulla comunicazione.
Per esempio, di fronte alla paura di una procedura, il genitore può dire: «Capisco che ti spaventi. Chiediamo insieme al medico che cosa succederà e come possiamo aiutarti». La disponibilità a restare accanto al bambino rende possibile parlare anche di ciò che non può essere immediatamente risolto.
Il silenzio dei genitori e il bisogno di sostegno
Anche il silenzio può avere una funzione emotiva. «Non voglio che sappia» può esprimere il desiderio di preservare la serenità del figlio, ma anche una difficoltà, non sempre consapevole, ad affrontare la propria angoscia. In questa prospettiva, evitare l’argomento può offrire all’adulto una protezione temporanea da una realtà dolorosa. È un’ipotesi da esplorare nella singola famiglia, senza giudicare o attribuire automaticamente significati al comportamento.
Il sostegno psicologico può aiutare il genitore a distinguere le proprie paure dalle domande del figlio. Accompagnato dall’équipe, può trovare parole sincere che riesca a sostenere emotivamente. Per il bambino diventa allora possibile esprimere paura, rabbia o tristezza senza doversi preoccupare di proteggere l’adulto dalle proprie emozioni.
Come costruire un dialogo sulla diagnosi
Stein e colleghi, nella revisione pubblicata su The Lancet nel 2019 sulle condizioni che possono mettere a rischio la vita, propongono principi comunicativi elaborati anche attraverso il confronto tra esperti. Le indicazioni comprendono l’ascolto di ciò che il bambino sa già, un linguaggio adeguato allo sviluppo e informazioni sincere, offerte in quantità che possa assimilare.
Nella conversazione questo significa spiegare un aspetto alla volta, fermarsi e chiedere al bambino di raccontare che cosa abbia capito. Ripetere il nome di una malattia non significa necessariamente comprenderne le conseguenze. Può essere più utile verificare se sappia perché assume una medicina o che cosa succederà alla visita successiva.
Anche i tempi contano. Il bambino può voler interrompere, cambiare argomento o riprendere la conversazione più avanti. Gli adulti possono riconoscere ciò che ancora non sanno, evitando promesse irrealistiche e indicando quando potranno fornire nuove informazioni.
Questi principi nascono da contesti di malattia grave: possono orientare il dialogo anche nella cronicità, adattando contenuti e tempi alla diagnosi. Una condizione stabile, per esempio, pone domande sul futuro diverse da quelle di una malattia con prognosi incerta.
Un confronto che cambia durante la crescita
La comunicazione va ripresa mentre il bambino cresce. Una spiegazione sufficiente a sei anni può lasciare molte domande senza risposta durante l’adolescenza, quando aumenta il desiderio di partecipare alle scelte sulla propria vita.
La revisione di Chen e colleghi (2025), comprendente 23 articoli sulle malattie croniche in adolescenza, distingue modalità comunicative evitanti, intrusive e aperte. In termini concreti, il dialogo può bloccarsi quando la malattia diventa un argomento da evitare oppure quando il confronto è dominato dal controllo dell’adulto. Una comunicazione aperta lascia invece spazio alle preoccupazioni e al punto di vista del ragazzo.
Il lavoro richiama il peso delle condizioni psicologiche di entrambi, delle conoscenze dei genitori sulla malattia e del sostegno sociale. La difficoltà a parlare va quindi compresa nel contesto della famiglia: offrire informazioni ai genitori e sostenerli emotivamente è parte del lavoro sulla comunicazione.
Accompagnare il bambino significa rendere possibile questo confronto nel tempo. La protezione non finisce quando si dà un nome alla malattia: continua nella disponibilità degli adulti ad ascoltare ciò che quel nome significa per lui.
Riferimenti bibliografici
Bion, W. R. (2021). Learning from Experience. Routledge. (Opera originale pubblicata nel 1962). https://books.google.com/books?id=1_tNEAAAQBAJ
Chen, L., Chen, S., Ruan, J., & Zhou, Y. (2025). Communication patterns and influencing factors between chronically ill adolescents and their parents: A scoping review. Journal of Advanced Nursing, 81(9), 5664–5677. https://doi.org/10.1111/jan.16732
Lin, B., Gutman, T., Hanson, C. S., Ju, A., Manera, K., Butow, P., Cohn, R. J., Dalla-Pozza, L., Greenzang, K. A., Mack, J., Wakefield, C. E., Craig, J. C., & Tong, A. (2020). Communication during childhood cancer: Systematic review of patient perspectives. Cancer, 126(4), 701–716. https://doi.org/10.1002/cncr.32637
Stein, A., Dalton, L., Rapa, E., Bluebond-Langner, M., Hanington, L., Stein, K. F., Ziebland, S., Rochat, T., Harrop, E., Kelly, B., Bland, R., & Communication Expert Group. (2019). Communication with children and adolescents about the diagnosis of their own life-threatening condition. The Lancet, 393(10176), 1150–1163. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(18)33201-X



