Salute planetaria: perché curare le persone significa proteggere gli ecosistemi

Dal caldo estremo alla dengue, dalla sicurezza alimentare alle città: la Planetary Health chiede di collegare conoscenze che oggi restano troppo spesso separate.

Possiamo continuare a occuparci della salute umana senza osservare ciò che accade agli animali, alle colture, all’acqua e alle città? La salute planetaria, o Planetary Health, nasce da questa domanda. Nel mio intervento rivolto a un pubblico di veterinari ho cercato di mostrare che il cambiamento non riguarda soltanto nuove malattie da studiare. Riguarda il modo in cui riconosciamo i rischi e decidiamo quando intervenire.

L’approccio One Health riconosce l’interdipendenza tra salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi. La Planetary Health porta questa relazione dentro un quadro più ampio: valuta come le alterazioni dei sistemi naturali prodotte dalle attività umane incidano sulla salute e sul benessere. Economia, organizzazione delle città e disuguaglianze modificano l’esposizione ai rischi e la possibilità di difendersi. who.int

Dagli impegni internazionali ai risultati misurabili

Nel dibattito pubblico abbondano dichiarazioni e obiettivi. Ma un obiettivo, per essere utile, deve poter essere misurato e deve produrre decisioni. Il rapporto ONU sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2026 mostra che, fra i 139 traguardi per i quali esistono dati di andamento, soltanto il 36% è in linea con il percorso previsto o registra progressi moderati. Quel 36% non indica obiettivi già raggiunti: descrive l’andamento, ancora insufficiente, di una parte dei traguardi misurabili.

Per la salute planetaria il punto è concreto. Occorrono dati che permettano di capire se un’allerta per il caldo arriva alle persone vulnerabili, se un focolaio viene riconosciuto presto, se una città riduce l’esposizione dei suoi abitanti alle temperature estreme. Pubblicare un piano è un passaggio; verificarne gli effetti determina il valore della prevenzione.

Caldo estremo: le vittime non sono soltanto i casi di colpo di calore

Un’esperienza di ricerca alla quale ho partecipato aiuta a spiegare il problema. Durante l’ondata di calore del 1983 nel Lazio, nei dati raccolti da ospedali e cliniche furono registrati 1.692 decessi nel luglio di quell’anno, 384 in più rispetto al luglio 1982: un aumento del 29,3%. Nello stesso studio, i decessi identificati come colpo di calore rappresentavano soltanto una parte dell’eccesso osservato. Tra gli anziani, il caldo poteva aggravare condizioni cardiovascolari e cerebrovascolari già presenti. Il confronto con un solo anno precedente richiede cautela nell’attribuzione causale, ma mostra perché contare soltanto le diagnosi di colpo di calore non restituisca l’intero impatto sanitario.

Oggi la domanda non è solo quante persone muoiano durante un’ondata di calore. È chi siano, dove vivano e quale protezione abbiano. Età, malattie croniche, isolamento sociale, lavoro all’aperto e qualità delle abitazioni possono trasformare lo stesso episodio meteorologico in rischi molto diversi. I piani sanitari devono collegare previsioni, servizi territoriali, sorveglianza degli effetti sulla salute e interventi nei luoghi più esposti. La guida dell’OMS Europa sui piani caldo-salute comprende anche cambiamenti di lungo periodo negli edifici e negli spazi urbani.

Dengue e zanzare: una catena di eventi da interrompere

Le infezioni trasmesse da vettori rendono evidente il valore di una lettura integrata. Perché si verifichi una trasmissione locale della dengue, non basta che faccia caldo: occorrono l’introduzione del virus, la presenza di zanzare capaci di trasmetterlo, condizioni ambientali adatte e il contatto tra vettori e persone. Mobilità, urbanizzazione, precipitazioni e tempi della risposta sanitaria contribuiscono a determinare se una prima infezione resti isolata o si sviluppi un focolaio.

Con Alimuddin Zumla ho affrontato questi passaggi in un articolo pubblicato nel 2026 su The Lancet Regional Health – Europe. La preparazione richiede sorveglianza clinica ed entomologica, scambio rapido dei dati, controllo dei siti di riproduzione delle zanzare e interventi programmati prima che la trasmissione si estenda. Le disinfestazioni, da sole, non possono sostituire questa organizzazione.

L’Italia offre un esempio attuale. Secondo il bollettino dell’Istituto superiore di sanità, dal 1° gennaio al 22 settembre 2026 sono stati confermati 312 casi di dengue, 47 dei quali autoctoni. I casi acquisiti localmente comprendono tre focolai e quattro casi per i quali, al momento del bollettino, non risultava un collegamento epidemiologico con gli altri. Questo dato non significa che la dengue sia stabilmente endemica in tutta Italia. Significa che la possibilità di trasmissione locale va riconosciuta e affrontata tempestivamente.

Cibo, siccità e antibiotico-resistenza: la salute passa anche dal suolo

La produzione alimentare dipende dal clima, dall’acqua e dalla capacità di adattamento delle colture. Uno studio pubblicato su Nature nel 2025 stima che per ogni aumento di 1 °C della temperatura media globale la produzione agricola mondiale possa diminuire di una quantità equivalente a circa 120 chilocalorie per persona al giorno. È una stima riferita alla produzione, non la previsione di quanto mangerà ciascun individuo. I ricercatori considerano forme di adattamento che riducono parte delle perdite, senza annullarle per molte colture. La questione sanitaria riguarda insieme disponibilità, prezzi e accessibilità del cibo.

Il suolo entra anche nella discussione sulla resistenza agli antibiotici. In uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Microbiology, i ricercatori hanno osservato che la siccità può concentrare antibiotici di origine naturale nel terreno e favorire batteri resistenti rispetto a quelli sensibili. Hanno inoltre rilevato un’associazione tra aridità locale e frequenza media di resistenza nei dati di sorveglianza ospedaliera analizzati. Quest’ultima associazione non prova, da sola, che una specifica siccità causi infezioni resistenti in un ospedale; indica però una relazione ambientale che la sanità pubblica deve studiare.

Città ed ecosistemi fanno parte della prevenzione

L’Agenzia europea dell’ambiente individua 36 grandi rischi climatici distribuiti fra ecosistemi, alimentazione, salute, infrastrutture, economia e finanza. Le categorie aiutano ad analizzare i problemi, ma nella vita reale i loro effetti si sommano. Una città con pochi spazi ombreggiati espone maggiormente i residenti al caldo; un’infrastruttura vulnerabile può interrompere servizi essenziali proprio quando sono più necessari; il degrado di un ecosistema può modificare le condizioni in cui circolano animali, vettori e patogeni.

Per questo le risposte richiedono progettazione urbana, tutela degli ambienti naturali e informazioni condivise fra professioni diverse. Un veterinario può osservare segnali negli animali che interessano la salute pubblica; un epidemiologo può individuare un’anomalia nei casi umani; un entomologo può descrivere la presenza delle zanzare; un urbanista può ridurre l’esposizione nei quartieri. Il valore nasce quando queste conoscenze vengono collegate prima dell’emergenza.

La sfida della salute planetaria: superare i compartimenti separati

Nella parte conclusiva del mio intervento ho insistito su un limite della nostra organizzazione: «Ognuno vede un pezzetto». Se medici, veterinari, ingegneri e agronomi lavorano ciascuno soltanto all’interno della propria disciplina, rischiamo di riconoscere il problema quando i suoi effetti sono già visibili. L’idea di esposoma — l’insieme delle esposizioni ambientali e degli stili di vita lungo il corso della vita — aiuta a ricordare che la vulnerabilità non comincia nel momento in cui compare una diagnosi. Si costruisce nel tempo, in luoghi e condizioni differenti.

La salute planetaria chiede una prevenzione capace di unire ricerca, sorveglianza e decisioni pubbliche. I modelli scientifici devono essere verificati con dati locali; le stime vanno presentate con i loro limiti; gli interventi devono essere valutati per ciò che cambiano davvero. Superare i compartimenti separati significa rendere possibile questo lavoro comune: comprendere come cambiano i rischi e ridurli prima che diventino malattia.

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